martedì 16 luglio 2013

Editing in corso

Pubblichiamo a qualche mese di distanza un breve e lirico diario del workshop di editing che ci ha inviato una nostra corsista: Noemi si è trovata a Roma per il corso con Christian Raimo proprio nei giorni di Natale.


Le parole e il Natale
di Noemi Neri





Tre giorni nella capitale. Vicoli lucidi appena visitati da una fine pioggia, sorrisi.
Nello scantinato di una vecchia libreria, lontano dalla calca delle auto in doppia fila, un gruppo di lettori si scalda con i canti di Natale.
Nuovi volti si posano su questo scenario romano, portano frasi da lontano. Svolto in Piazza del Popolo, le luci dell'albero troneggiano maestose sfiorando le piccole cupole, qualcuno chiede permesso. Non c'è fretta. La vividezza di una quiete interiore riverbera negli occhi delle persone. Avanti. Un gruppo di ragazzi canta per Telethon offrendo il cuore tenero della città, ci sono anch'io, dentro il folklore più umano, dentro il soffio di vita arcano.

Momenti. Rigiro tra le dita gli appunti di questa immersione nel mondo editoriale. Se chiudo gli occhi mi sembra di vederli, un filo di lettere che tiro via dalla bocca di Christian man mano che percorre i corridoi di minimum fax.
L'introduzione è un cappello variopinto sulla figura dell'editor, personaggio eclettico dai molteplici interessi. Una sorta di matriosca vivente con gli occhiali, perché uno che fa questo mestiere lo si immagina con gli occhiali, anche Christian ce li ha.
Solito contesto, fattibilità pratica dell'editare. Cavia: Francesco Longo. Giornalista e scrittore romano, introspettivo, disponibile, maglioncino a rombi, senza occhiali*: li ha nascosti sotto il banco. Protagonista: un racconto attempato a cui fare le pulci. I corsisti scalpitano, io con loro. Gli occhi divorano le righe alla ricerca famelica delle incoerenze, poi parte la battaglia. È la battaglia delle molliche di pane tirate a tavola, piccole funi con cui agganciarsi e con affetto, trovarsi a metà strada. Francesco è gentile, accetta i suggerimenti e le domande un po' inquisitorie. Noi siamo i detective e nel suo testo si nasconde il cattivo. Sei proprio sicuro che l'arancione sia il colore più adatto? Potresti riconsiderare l'utilizzo di alcuni termini... quel putrefazione forse non è la migliore scelta lessicale... Sesto rigo, l'indicativo è una scelta stilistica? Lo scrittore appunta su un taccuino le osservazioni, procediamo per immagini, Christian guida il dibattito come un abile stuntman.
Le parole rimbalzano nella stanza creando nuovi collegamenti. “Che cosa vogliamo farne del titolo?” chiede qualcuno. Si alza una mano. “Lo compro io.”
Il racconto si esaurisce, l'inchiostro si spegne, i pensieri no. Nei ricordi, quella morte nel cuore che racchiude, per me, le pagine con cui Longo ha accompagnato il nostro percorso.




*occhiali: strumento per indagare il mondo, scrutatore infallibile dei vizi di forma. Addendi di una nuova dimensione spaziale. Indossandoli sarà possibile vedere oltre la superficie della stoffa e ritrovare gli intrecci del tessuto. Gli occhiali sono il backstage del mondo. Se si vuole semplicemente godere del panorama, basteranno i filtri che l'anima mette ai nostri occhi.

venerdì 10 maggio 2013

Non tutte le pubblicità vengono per nuocere #5 | Windows Phone

Esempi di campagne intelligenti a cura di Bruno Ballardini



Agenzia: Crispin Porter + Bogusky
Cliente: Microsoft
Prodotto: Nokia Lumia 920

Non si vede spesso della pubblicità comparativa fatta con intelligenza. Un po' perché le marche sono sempre restie a confrontarsi, e un po' perché quando l'unico elemento di confronto diventa il prezzo, giocare soltanto su questo non consente di mettere nel giusto risalto la qualità e l'unicità del prodotto. La strategia di comunicazione di questa campagna comparativa è un'ironizzazione delle guerre tra smartphone e relativi sistemi operativi (simili alle mitiche guerre fra bevande degli anni 80). Nel frattempo, sul mercato si affaccia un nuovo contendente: Windows Phone. Molti consumatori oggi hanno ormai perso di vista completamente le vere ragioni per cui si dovrebbe scegliere un cellulare. L'agenzia ha utilizzato quindi lo scenario di un matrimonio per illustrare metaforicamente questo paradosso. L'ultimo arrivato, Windows Phone, assiste con compatimento alla rissa fra Android ed Apple senza prendervi parte.



Bruno Ballardini, pubblicitario, scrittore, saggista e docente di Tecniche della comunicazione pubblicitaria e Scrittura giornalistica, sarà il responsabile del corso COPYWRITER 3.0 - Scrivere per la pubblicità, la politica, il web e i new media in partenza a giugno.

lunedì 22 aprile 2013

Non tutte le pubblicità vengono per nuocere #4 | Mama Hope

Esempi di campagne intelligenti a cura di Bruno Ballardini




Writer: Joe Sabia
Regia di: Bryce Yukio Adolphson
Cliente: Mama Hope

Mama Hope, organizzazione non profit fondata in Africa da Nyla Rodgers, ha lanciato nel 2012 una campagna virale che aveva come obiettivo quello di educare a rapportarsi in modo diverso con i drammi dei paesi poveri. La strategia di comunicazione adottata è un progetto trasversale: dapprima la creazione di un movimento d’opinione (Stop the Pity, “Fermate il pietismo”), e poi la messa in rete di una serie di video per promuoverlo. I video mostrano quanto sia inutile e ipocrita l’approccio classico della raccolta di elemosina per sanare i drammi dell’Africa. Il protagonista del primo soggetto è Alex, un bambino tanzaniano di 9 anni che ama i film d’azione e racconta la trama di “Commando” con Arnold Schwarzenegger. Alex si mostra subito come un bambino estremamente intelligente, pieno di fantasia e creatività. Il messaggio arriva chiaro e forte: l’Africa non ha bisogno della nostra pietà ma di opportunità per sviluppare tutto il suo potenziale. Per la realizzazione di questa serie, Joe Sabia, storyteller di New York insieme a Bryce Yukio Adolphson, regista e fotografo specializzato nel campo umanitario, hanno sostituito da soli un’intera agenzia di pubblicità e una casa di produzione: quando ci sono le idee, c’è tutto.


Bruno Ballardini, pubblicitario, scrittore, saggista e docente di Tecniche della comunicazione pubblicitaria e Scrittura giornalistica, sarà il responsabile del corso COPYWRITER 3.0 - Scrivere per la pubblicità, la politica, il web e i new media in partenza a giugno.

giovedì 18 aprile 2013

Fabbricare un senso per i nostri «fatti»

Una riflessione di Giorgio Vasta sulla scrittura autobiografica che passa per Fabrizio De Andrè, Steve Reich e The Cronos Quartet e Alina Marazzi per cominciare a parlare del "raccontare se stessi" in attesa del laboratorio sulla narrazione autobiografica.
 


Hotel Supramonte di Fabrizio De Andrè, Different Trains di Steve Reich, Un'ora sola ti vorrei di Alina Marazzi sono, nell'ordine, una canzone, una composizione di musica contemporanea, un film documentario. Sono anche tre diversi modi nei quali è possibile declinare un'esperienza autobiografica.



In Hotel Supramonte De Andrè, racconta il sequestro subito nel 1979 insieme a Dori Ghezzi. Si tratta di un caso limite di racconto autobiografico; se il titolo - che rimanda all'anonima sequestri sarda - non evidenziasse il nesso tra la canzone e il rapimento difficilmente si intenderebbe Hotel Supramonte come il resoconto di quello che avvenne. E in effetti la dimensione del resoconto - la canonica esplicitazione dei fatti - viene meno. Sembra quasi che Hotel Supramonte sia il luogo nel quale De Andrè fa coesistere i due impulsi opposti a raccontare e a tacere. Una canzone che nel dire nasconde ciò che dice. Come se una velatura di pudore ricoprisse ciò che diversamente sarebbe stata narrazione diretta dei fatti. Eppure - al di là della decrittazione più o meno immediata di ogni singolo verso - Hotel Supramonte ci restituisce nitidamente, negli arrangiamenti e nella grana della voce di De Andrè, un senso di struggimento.
A dimostrazione del fatto che un impulso autobiografico può anche nutrirsi della reticenza che a quell'impulso si oppone.



In Different Trains Steve Reich costruisce un tappeto sonoro - attraverso il lavoro del Kronos Quartet - sul quale monta frammenti di frasi prelevate da una serie di interviste. A descrivere origine e condizioni del suo progetto è lo stesso Reich:
L'idea per Different Trains viene dalla mia infanzia. Quando avevo un anno i miei genitori si sono separati. Mia madre si trasferì a Los Angeles e mio padre restò a New York. Sebbene all'epoca i viaggi fossero emozionanti e romantici, ora mi guardo indietro e penso che, se fossi stato in Europa durante questo periodo, in quanto ebreo avrei dovuto viaggiare su treni molto differenti.
Uno spunto personale - connettere una propria esperienza di viaggio ferroviario durante l'infanzia a quei treni che negli stessi anni attraversavano l'Europa deportando milioni di persone verso i campi di concentramento - si trasforma nell'innesco di un progetto che determina il passaggio dal privato al collettivo.



Un altro modo ancora di "usare" al meglio la propria storia trasformandola nell'occasione privilegiata per raccontare, attraverso di sé, un'epoca intera. All'origine di Un'ora sola ti vorrei c'è il lutto. Liseli Marazzi, la madre della regista, muore suicida a trentatré anni quando Alina è ancora una bambina. Molti anni dopo Alina deciderà di recuperare ore e ore di filmati familiari - pressoché interamente muti -, di visionarli e di intervenire su di essi tramite un montaggio utile non tanto alla ricostruzione di una vita passata quando a una sua vera e propria invenzione. Il suo lavoro è rivelatore. Ci chiarisce che la materia con la quale ci confrontiamo raccontandoci non è in sé attiva (il ricordo non è un'esecuzione, è un'interpretazione) ma ha bisogno di venire attivata tramite la nostra disponibilità all'invenzione; chiarisce che raccontarsi significa anche, alla lettera, "dare la parola" a ciò che diversamente permarrebbe muto.

Nella sua accezione migliore, una narrazione autobiografica è dunque lo spazio in cui i fatti accaduti (o meglio quelli che riteniamo siano accaduti) e la nostra capacità di modificarli si mescolano per fabbricare un senso.

venerdì 22 febbraio 2013

Libri che aiutano a scrivere


Loris Righetto ha raccolto la richiesta che abbiamo fatto a tutti gli allievi di Romanzi in corso di segnalarci i libri che per loro sono stati più utili per scrivere.

Si può imparare a raccontare storie? Ci sono libri che insegnano a farlo?
Esistono moltissimi libri che riescono senza dubbio a dare prospettiva, raccontare esperienze e suscitare coraggio e idee, se è questo che uno sta cercando. Per esempio: gli scritti sul mestiere di scrivere, di Carver, o i saggi di Eudora Welty su autobiografia e pratica della scrittura, che in qualche modo, però, sono già patrimonio di molti. Nel compilare questa lista di libri che hanno aiutato me, invece, mi sono concentrato su titoli che offrono specificatamente informazioni tecniche, ordinati per grado di utilità.

Il mestiere dello scrittore e la sua tecnica di Viktor Borisovič Šklovskij (Liberal libri, 1999, Firenze); contiene capitoli intitolati Scelta ed elaborazione dello schema di un soggetto e Lo sviluppo dell'opera e affronta a volo d'uccello questioni come la natura buona o malvagia dei personaggi, la scelta del nome e del cognome, l'importanza percettiva del dettaglio e il feuilleton come genere letterario.

 L'ABC della drammaturgia di Ives Lavandier (Dino Audino Editore, Roma 2006); è un manuale di sceneggiatura e spiega cos'è una storia, cos'è il conflitto, cos'è il personaggio e molte strategie utilissime. L'autore ha frequentato la Columbia University a NYC, ha avuto come insegnate Miloš Forman.

Ricettario di scrittura creativa di Stefano Brugnolo e Giulio Mozzi (Zanichelli, 2008); è un catalogo di proposte per esercizi (la descrizione, il dialogo, la parodia, la lettera, ecc...) con esempi svolti; per certi versi è più bello da sfogliare che utile agli scervellamenti di un apprendista ma la quantità di esempi letterari offerta è ragguardevole.

Dictionary of narratology di Gerald Prince (Nabraska university Press, 1983); un dizionario di narratologia che contiene la spiegazione di centinaia di termini tecnici (come punto di vista, trama, focalizzazione) su cui, chi intende raccontare storie, prima o poi si troverà a riflettere.

lunedì 14 gennaio 2013

È l'editoria, bellezza



L’editoria, l’editoria... malgrado tutto credo ancora che ci sia. 

Una lettera di Angelantonio Citro, allievo della scorsa edizione del corso Il lavoro editoriale, ai nuovi corsisti (e agli indecisi e i curiosi dell'ultima ora)


Cari lettori,
se state leggendo queste righe su questo sito forse starete anche considerando di iscrivervi al corso di editoria di minimum fax.
In quanto ex corsista mi è stato chiesto più volte di scrivere qualcosa sul corso, cosa che, essendo un pigro irrecuperabile, ho sempre posposto. In realtà non è solo la pigrizia, è che non penso di essere il più adatto. Sì sono un lettore vorace, sì ho studiato lettere, sì sono cresciuto nel mito dell’Einaudi degli anni d’oro, ma tutto questo non mi dà il diritto di parlare di qualcosa con competenza.
Anche perché spesso mi distraggo o penso di sapere le cose quando invece semplicemente vorrei che andassero in un altro modo. Ancora più spesso le cose, per quanto in sé evidenti, sfuggono alla mia vista, quindi non posso mai essere sicuro che qualcosa sia così perché lo è e non sia invece il frutto di una mia ricostruzione.
Prova di tutto ciò (per rimanere al corso) lo è stato quando ci hanno dato prove di bozze da correggere. Lì ho scoperto, o almeno così mi è parso, che il mondo dell’editoria prima che in grande e piccolo, in commerciale e culturale, si divide in quelli che adorano fare le bozze e quelli che lo detestano. Io, data la mia natura incostante e ribelle, sono chiaramente tra questi ultimi. Se il testo non mi piace non riuscirò mai ad avere il giusto livello di attenzione per scoprirne gli errori. Se invece è una lettura che ho scelto io, magari desiderata da tempo, non c’è apostrofo che mi sfugga. “Eh ma così non sei professionale” mi dicevano. Io non potevo far altro che mascherare la mia incompetenza offrendo caffé.
Ciò che più mi è rimasto di quei cinque mesi sono le feste, i pranzi e le cene a cui abbiamo partecipato. Se l’editoria è l’arte di fare i libri, un libro (quando va bene) nasce da un'esperienza di vita. Vedere più persone che condividono qualcosa mi calma e, anche se per poco, mi fa sentire felice di questo mondo. Prima dei libri, prima del lavoro, ci sono le persone che ho conosciuto, molte delle quali ora posso considerare amiche, con cui ho passeggiato a Campo de’ Fiori al tramonto quando la piazza è illuminata di rosa e di arancio ed è come fosse fuori dal tempo.
“L’editoria non arricchisce” ci dicevano; “c’è crisi, c’è crisi!”. Di tutto questo io non posso parlare. Non so di chi è la colpa, è una macchina molto più grande di me che non penso di aver ancora compreso a fondo. Non so.
Se pensate però che ci sia qualcosa di poetico nel lavoro editoriale avete sbagliato strada. Fare l’editor è un lavoro da babysitter, correggere bozze e impaginare spesso è un lavoro da scimmie. Perché tutto questo fascino? Ogni tanto qualcuno se lo chiede. Ad ogni modo è un lavoro sporco. Qualcuno vorrà pur farlo.

Vostro, A.C.

mercoledì 2 gennaio 2013

Le esperienze dei corsisti

Raccogliamo alcune delle esperienze dei nostri corsisti pubblicate negli ultimi mesi:

 
  • dal blog Il diario di una traduttrice un resoconto del workshop di editing con Christian Raimo
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  • dal sito di Melt | Traduzioni una riflessione di Paola Tusa sul workshop di traduzione al Pisa Book Festival con Ilide Carmignani e Adelaide Cioni
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