mercoledì 23 aprile 2014

I consigli di lettura dei nostri docenti #1:
Cristiano de Majo


 
Gli anelli di Saturno di W. G. Sebald (Adelphi) perché è un libro in cui si sprofonda e a cui mi sono abbandonato senza opporre resistenze ed è inoltre il libro che rileggo più spesso in questo periodo. Ma anche perché è la dimostrazione più lampante di quanto la letteratura non si debba per forza di cose fare coincidere con il romanzo.
 
 
 
 
 
 

Verso Betlemme di Joan Didion (Il Saggiatore) perché insegna come scrivere pezzi giornalistici con un punto di vista personalissimo e uno stile suadente.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Mistero napoletano di Ermanno Rea (Einaudi) perché, sbagliando, non lo abbiamo mai utilizzato per il corso di non fiction e dall'anno prossimo dobbiamo rifarci: è un libro bellissimo, che ti tira dentro, con il suo perfetto equilibrio tra storie individuali e Storia con la s maiuscola.
 
 
 
 
 
 
 
 
Cristiano de Majo (1975, Napoli) è autore di tre libri tra cui il romanzo Vita e morte di un giovane impostore scritta da me, il suo migliore amico (Ponte alle Grazie 2010). 
Per minimum fax ha scritto, insieme a Fabio Viola, Italia 2, viaggio nel paese che abbiamo inventato; suoi racconti sono compresi nelle antologie Voi siete qui e Best off 2005.
Ha lavorato come editor e consulente editoriale e attualmente scrive sulle pagine culturali di Repubblica e su Rivista Studio. 
Insieme a Christian Raimo è docente dal 2011 del corso di literary non fiction e con Carola Susani, Giordano Meacci e Francesco Pacifico, del corso avanzato di scrittura Scrivere un libro.

martedì 8 aprile 2014

Il giornalismo culturale: scrivere di sport e di musica

di Francesco Pacifico




Continuiamo a presentarvi gli ospiti del corso di giornalismo culturale: Daniele Manusia e Valerio Mattioli si occuperanno, rispettivamente, della lezione sul giornalismo sportivo e di quella sulla musica.
(Qui trovate il precedente post dedicato a Nicola Lagioia, Francesco Longo e Tiziana Lo Porto.)


Daniele Manusia vive e lavora a Roma. Cura la rubrica di calcio Stili di Gioco per il sito di VICE ed è vicedirettore di Ultimo Uomo. Ha collaborato con Nuovi Argomenti, GQ, Orwell, Studio, IL. È autore di Cantona. Come è diventato leggenda (Add editore).
La rubrica Stili di gioco di Daniele Manusia, nata su minimaetmoralia e proseguita su Vice, è uno degli esempi più importanti del nuovo giornalismo calcistico italiano. Insieme a Tim Small porta avanti Ultimo Uomo, dove scrive pezzi approfonditi sui calciatori e gli allenatori. Odia i tifosi, compresi quelli della Roma. È il futuro del calcio italiano; è odiato e amato.



Lukaku e la tradizione della punta di peso
Due settimane fa contro il Newcastle, una partita monstre di Lukaku (figlio di un ex calciatore che lo scorso anno ha avuto problemi con la legge per aver rinchiuso la propria amante nel portabagagli; Romelu ha un fratello minore, Jordan, centrocampista, in Nazionale Under 21) che ha segnato due gol e realizzato l'assist per quello di Barkley. L'allenatore spagnolo Roberto Martinez ne ha lodato la capacità di collegare i reparti e di posizionarsi “dove fa veramente male”, lo ha definito a tratti unplayable. Jamie Carragher che commentava la partita invece ha detto: “Giocatori come Lukaku sono la ragione per cui ho smesso di giocare.” Sabato ho visto la partita tra Everton e Manchester City insieme a due amici, in un pub irlandese vuoto, all'ora di pranzo. Naturalmente ho parlato della mia passione per Lukaku e del concetto di “dominanza”. Mentre uno dei due mi ha ricordato che, per quanto possa individualmente essere forte un giocatore di questo tipo, quasi nessuna squadra moderna lo schiererebbe, che è sorpassato; l'altro ha sviluppato una teoria sul fatto che, anche se di giocatori di questo tipo ce ne sono ancora (in campo ad esempio c'era Yaya Touré, e io sono un grande fan di Fellaini), ci sono sempre meno attaccanti di peso. La sua teoria è questa: quando è stata introdotta la regola del retropassaggio (1992) i portieri non avevano la tecnica per far ripartire l'azione da vicino come facevano con le mani ed erano costretti a lanciare lungo, sulla torre appunto. Adesso però persino il Sassuolo comincia l'azione palla a terra dalla difesa e l'attaccante per vincere il duello aereo a metà campo non è più necessario. (Il mio sogno è guardare partite solo con gente in grado di formulare simili teorie).


Su Francesco Totti
Il mio rapporto da tifoso con Totti è sempre stato all’insegna dell’ambiguità. Sono nato nel 1981 e mio padre è laziale, non avevo nessuno che mi portasse allo stadio da piccolo e se la Roma era nata grande (o se lo era stata nella prima metà degli anni ottanta come mio zio materno raccontava) io non lo potevo ricordare. La prima Roma di cui ho piena coscienza è quella che ho seguito durante gli ultimi anni del liceo. Quella dello scudetto laziale del 2000 e, solo tre giorni dopo, dell’addio di Giuseppe Giannini con l’aereo passato sopra l’Olimpico con la scritta “Lazio Campione” e il saluto amaro al Principe finito in invasione di campo e le porte e il manto erboso distrutti come per dire che basta, il calcio era finito, in questo stadio, in questa città, non ha più senso giocare.


Stili di gioco: Brera spiegato al popolo
Anche se si parla di Brera solo per i neologismi e i nomignoli che affibbiava a calciatori e allenatori, e per l’uso del dialetto in pezzi di cronaca sportiva, ancora oggi, a quasi vent’anni esatti dalla sua morte, è ai suoi articoli che torno quando mi chiedo come è giusto scrivere di calcio.
Tra sessant’anni qualcuno avrà interesse a farsi la tessera della biblioteca e leggersi, in sala emeroteca, la prima pagina della Gazzetta dello Sport il giorno dopo la finale di Champions League, con quel titolo senza sensoDrogba d’Europa? Mettiamo anche che ci sarà un’applicazione per questo, qualcuno scaricherà il pezzo di Paolo Condò sulla finale? Eppure, se leggo la cronaca di Brera di un derby Inter-Milan del lontano ’49 (mio padre aveva 8 anni) finito 6-5 (ripubblicato nella raccolta Il più bel gioco del mondo, come gli altri pezzi che citerò), non solo riesco a capire cosa è successo, arrivando a farmi un’idea di giocatori che non ho mai visto in azione, ma la trovo una lettura interessante.


Stili di gioco: solo un capitano
Quanto è lontana la Roma degli anni Settanta da quella a cavallo del secolo, e quanto è lontano Di Bartolomei, e il senso di decadenza storica di cui parla, da quei romani che si tatuano colossei e gladiatori (Totti ne ha uno anche sulla fascetta da capitano), dalla retorica imperiale riattualizzata in quel “The King of Rome Is Not Dead” che è diventato lo slogan di Totti? La biografia sul sito francescototti.com è divisa in capitoli come: “L’uomo che diverrà leggenda”; “Indomito condottiero”, “Per la Gloria di Roma” e la sua nascita è descritta con l’enfasi degna di un profeta nelle sacre scritture: “Anno 1976. La città eterna, culla dell’Impero che dominò il mondo, contempla la nascita di una splendente stella, incarnazione di talento, tenacia e umanità: è Francesco Totti, colui che di Roma diverrà figlio prediletto, simbolo ed eroe”. E così è stato. Se Roma ha assegnato a Di Bartolomei il ruolo di fratello maggiore tormentato, Totti è stato all’inizio (e in parte resterà per sempre) Il Pupone, il figlio prediletto cui si perdona tutto e da cui, alla soglia dei trent’anni, ci si aspetta quasi che cominci a far miracoli. Per Totti più che di “ottavo Re di Roma” (o nono, decimo, visto a quanti prima di lui è stata assegnata la corona) si dovrebbe parlare di una specie di Papa laico a cui vengono messi in braccio i bambini per strada. Quando Totti, la cui disponibilità nei confronti del popolo romano è una delle qualità più apprezzate, si è presentato alla cena di Natale della squadra lo scorso dicembre, al museo Maxxi, i bambini a caccia di autografi erano tutti intorno a Lamela (forse perché più vicino a loro di età). A sbarrargli la strada fu un disabile e, subito dopo, una di quelle arzille vecchiette romane che di recente finiscono su Youtube. Totti piegato a parlare con uno sconosciuto sulla sedia a rotelle, Totti che cammina sotto braccio con un’anziana uscita di casa in pantofole.


Mildred cuore di mamma 
Le lunghe inquadrature di Mildred che assiste all’esibizione di Veda sul palco dell’opera lirica sono inquietanti per il modo in cui la madre sembri voler mangiare con gli occhi la propria figlia. Il personaggio di Mildred mostra i limiti della mentalità working class, storicamente rimpiazzata da quella di una società cinica e individualista, E Kate Winslet è bravissima a rendere una donna forte e un po’ ottusa che fino all’ultimo, anche dopo che a causa di Veda ha perso tutto quello che aveva costruito, non trova niente di meglio da dirle che: «Vieni dentro, c’è tanta roba da mangiare».


Un incontro Takeshi Kitano

Siamo in un ufficio all’ottavo piano con vista sul centro di Parigi e Kitano risponde alle domande di un gruppetto di colleghi italiani. Dice che la sua forse non si può neanche definire arte. “Sono mie creazioni, questo sì, ma arte forse non è la parola giusta”. Qualcuno insiste sulla distanza tra le atmosfere malinconiche e i silenzi dei suoi film e la rumorosità gioiosa della sua arte, e lui risponde che è come manovrare due marionette diverse, una per il cinema un’altra per la televisione e la pittura. Sul tavolo davanti a sé ha delle fialette di collirio e un asciugamano viola arrotolato in un piattino. A causa del famoso incidente ha la parte destra del viso paralizzata, batte un solo occhio mentre con l’altro ho l’impressione mi stia fissando. A me, con i capelli giallognoli e un completo scuro senza cravatta, sembra più il personaggio di uno dei suoi film di yakuza che un comico o un artista gioioso. Me ne sto andando sicuro del fatto mio, quando per salutarlo gli allungo la mano e lui si inchina. Allora mi inchino a mia volta ma a quel punto è lui che allunga la mano per stringermela. I presenti ridono, abbiamo fatto uno sketch, e anche Kitano ride, con solo metà della bocca.


Valerio Mattioli è una colonna portante di Vice Italia e di XL di Repubblica. Esperto ricapitolatore della storia della musica italiana e delle sottoculture, è il saputo e sapiente umarel della Casilina che sta a guardare, e nell’oscurità a manipolare, ciò che avviene nella scena underground romana.

Stefano Tamburini, borgataro post-punk
Tamburini in fondo era prima di tutto un borgataro, figlio di ferroviere e abituale frequentatore di quella wasteland spirituale che è la periferia romana, la stessa a cui per abitudine assocereste l’aggettivo “pasoliniano”. Mi viene da pensare a una cosa scritta da Emi Fontana, che del fondatore di Frigidaire fu la moglie: “Le sue fonti di ispirazione preferite erano sul sessanta e il cinquantasei notturni, nelle strade semideserte delle sterminate periferie romane di Centocelle e Prenestino,” e a me—che da adolescente a Centocelle ci vivevo e tuttora non è che mi sia spostato di molto—più che una coincidenza è sempre sembrata una conferma e assieme un motivo di inconfessata identificazione. Stefano Tamburini era senz’altro un artista molto romano, da tanti punti di vista: provava un’adulazione incondizionata per Mario Schifano e la vecchia scuola di piazza del Popolo, e coi vari Tano Festa e Franco Angeli condivideva, oltre che la consuetudine con la siringa, il rapporto osmotico con un’Urbe intrinsecamente marginale, antiromantica, molesta; e poi era l’erede di un percorso che riportava indietro ad Aldo Piromalli, ad Alberto Grifi, a Victor Cavallo, in sostanza a quell’underground capitolino il cui ultimo esito sarà il Nico d’Alessandria di L’imperatore di Roma, storia di tossici uscita un anno dopo la morte di Tamburini stesso e sorta di Accattone coi coatti in motorino al posto dei ragazzi di vita, il chiodo al posto delle canotte, i sintetizzatori al posto di Bach.

Lou Reed (e Metallica): l'intervista ai tempi di Lulu
Al secondo piano del Claridge’s (il classico albergo da aristocrazia londinese) sembra che tutti siano in attesa di un’udienza: i volti sono tirati manco in fondo al corridoio li aspettasse il papa, le espressioni dei convenuti oscillano tra l’apprensivo e il preoccupato, e le conversazioni languono in una formalità che sa di tensione lontano un chilometro. Per la miseria, dico io, è solo un’intervista. Ma l’inviato di Der Spiegel che mi accompagna a prendere un caffè, è categorico: “Ho intervistato Lou Reed una volta, qualche anno fa”, racconta. “È stato orribile. Mi ha insultato e trattato di merda dall’inizio alla fine. Che razza di esperienza…”


Le ragazze del Piper: in ricordo di Giancarlo Bornigia
Prima che Vanzina ci facesse un film, prima di diventare il soggetto di una fiction per Canale 5, e prima che le Poste Italiane gli dedicassero un’apposita cartolina, il Piper fu il tempio dell’Italia yé-yé. Era il 1965: due amici benestanti e ancora affamati di Dolce Vita – Giancarlo Bornigia e Alberico Crocetta – decidono di aprire a Roma un locale ispirato ai club che negli stessi anni andavano affollando la Swingin’ London dei Beatles, di Twiggy e della minigonna. Lo decorarono con un po’ di opere prese dal meglio della pop art italiana e internazionale – da Mario Schifano ad Andy Warhol – e chiamarono a suonarci le prime formazioni beat. Fu un successo immenso. Frequentato tanto da VIP quanto da un tipo di giovani letteralmente inedito per l’Italia del periodo, il Piper fu un fenomeno a cui si dedicarono sociologi, intellettuali, politici e analisti del costume.


Guida a Roma Est
Come sanno amici e parenti, vivo a Roma più o meno da quando sono nato. Per la precisione, ho passato praticamente tutta la mia esistenza tra via Casilina e via Prenestina, nel quadrante orientale della città. Quando ero piccolo stavamo in un quartiere di periferia, Torre Maura, talmente negletto che quando succedeva qualche fatto di cronaca i giornalisti ne sbagliavano continuamente il nome. “Omicidio a Centocelle”, strillava Il Messaggero: peccato che il quartiere di Centocelle distasse più o meno tre chilometri. D’altra parte, quando qualcosa succedeva veramente a Centocelle, per i giornalisti diventava Tor Pignattara (cinque chilometri). Se poi ammazzavano qualcuno a Tor Pignattara, ecco che sul giornale diventava “in zona Prenestina”. La via Prenestina a sua volta diventava via Tiburtina. E così via.

The weird side of Paul McCartney
Affermare che esista anche un McCartney sperimentale (come implicitamente lascia intendere Ian Peel) è forse troppo, e in fondo fu proprio Paul a ribadire con un proverbiale moto d’orgoglio che le sue non solo erano Silly Love Songs, ma soprattutto che what’s wrong with that?. Però sarebbe stato interessante se l’uomo di Yesterday avesse veramente dato seguito al suo proposito, risalente agli anni 60, di pubblicare un intero album d’avanguardia intitolato Paul McCartney Goes Too Far. Certo, fu lo stesso Paul a raccontare come infine andarono le cose: «Ci pensai, considerai il tutto e mi dissi: no, meglio se mi metto a scrivere Hey Jude». Tutto sommato non è andata male.

Franco Battiato: "Contro il mondo. Contro la morte"
A Catania fa caldo anche se è ottobre inoltrato. Non è un caso che a Zafferana Etnea, un paese vicino a dove abita Franco Battiato, ogni domenica del mese si celebri una festa chiamata “Ottobrata” dove ci si incontra, si mangia e si beve fino a tarda sera. Sono circa 45 minuti da Catania se non si trova traffico, un luogo magico dove la vegetazione è rigogliosa, un luogo dove Battiato ama ritirarsi in perfetta solitudine. Siamo a Milo, alle pendici dell’Etna. Sopra di noi, il vulcano sbuffa placido annerendo il cielo coi suoi fumi millenari. La villa è discreta. Anzi, non sembra nemmeno una villa perché non si presenta imponente: dalla strada si vede solo una porta. Non aspettatevi ingressi faraonici e interni sfarzosi: anche qui Battiato ha amato giocare di sottrazione.
Da un piccolo cortile si accede immediatamente a una stanza dove il primo elemento di arredo che appare è un pianoforte. Battiato ci accoglie e ci fa accomodare. È vestito con eleganza semplice: una camicia bianca, una giacca, un paio di pantaloni blu a cui fanno da contrasto le scarpe “Masai” a cui è rimasto fedele dal nostro incontro di tre anni fa (allora erano di moda, adesso non più ma lui le usa esclusivamente per le loro doti salutari).

venerdì 14 marzo 2014

Il giornalismo culturale

 di Francesco Pacifico

(The New York Times, 1942)

Vi presento alcuni degli scrittori e giornalisti che verranno a parlare al corso di Giornalismo Culturale.
Il corso ha un approccio decisamente pratico: vi faremo parlare con chi scrive su giornali riviste e blog culturali, e con chi li fa. Entrambe le categorie sono attrezzate per rispondere alla domanda: quanto pagano? E tutti gli invitati hanno una storia, un percorso non casuale: il giornalismo culturale non ha l’equivalente dei bestseller per saltare le tappe della formazione. Ognuno degli invitati ha alle spalle anni di gavetta e frustrazione, e il giornalismo culturale non è materia da reality, da competizione isterica. È un mondo dove si compete, sì, per i pochi posti liberi, per l’attenzione, per le differenze ideologiche, per le antipatie personali, per l’invidia, ma non si impara niente se non si riconosce che c’è qualcuno che lo sa fare e che da qualcuno si può imparare. Anche se quel che scrive non ci piace, anche se non siamo d’accordo, anche se ci manda a comprare libri che non sono nelle nostre corde.
Ho invitato un po’ di giornalisti che stimo. Chi conosce i nomi in questione sa che non ho invitato tutto l’arco costituzionale, ma menti affini, con cui collaboro da tempo. Credo non sia un limite: sono tutte persone competenti e che sanno cose che voi umani.
Oggi ne presento tre: Nicola Lagioia, Francesco Longo, Tiziana Lo Porto.


Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rèpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori). Dirige nichel, la collana di narrativa italiana di minimum fax. È una delle voci di Pagina3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Scrive per diversi quotidiani, settimanali e riviste, tra cui Lo Straniero, Repubblica, Orwell, Il Venerdì di Repubblica, Repubblica XL. Nel 2013 è uno dei selezionatori della Mostra del Cinema di Venezia. 
Lagioia parlerà con noi del lavoro intellettuale nel suo complesso: come si interviene nella vita culturale lavorandoci a vario titolo, dalla selezione e conduzione della rassegna stampa di Pagina 3 alla radio all’animazione del blog minimaetmoralia, dagli interventi scritti sullo stato della cultura ai pezzi su Freak Antoni.

L’arte del racconto – tradizione e innovazioni, da J.D. Salinger ad Alice Munro
La mole di un romanzo annacquerebbe per forza di cose, fino a estinguerne gli effetti, il dialogo segreto tra gli elementi che fanno brillare di luce propria le short stories. Questo uno dei motivi per cui il racconto non è un sottogenere né una riduzione in scala delle grandi narrazioni, ma una delle forme più interessanti in cui è dato di incarnarsi alla letteratura d’invenzione. Si tratta, in definitiva, di un contenitore pressoché unico per l’organizzazione del pensiero. Ho prima parlato di tensostruttura. Ma l’idea che forse meglio ne riassume il funzionamento è quella del modello atomico. Se i romanzi sono grandi cattedrali nelle quali ci aggiriamo alla ricerca di un punto d’equilibrio (“il centro segreto”, come lo definisce Pamuk), le particelle elementari di un racconto sono ognuna responsabile dell’equilibrio dell’altra. (leggi tutto)


La Grande Bellezza: un piccolo Gatsby
Ecco allora a inizio film la stessa ma proprio la stessa epigrafe di Céline che da ragazzi ricopiavamo sul diario del liceo (“Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica…”) Ecco Toni Servillo che interpreta Toni Servillo che interpreta Jep Gambardella. Ecco il povero Roberto Herlitzka costretto a rifare un brutto se stesso nei panni di un cardinale con la fissa della gastronomia (è pur sempre il grande attore di teatro prestato al cinema per come lo immaginerebbe la moglie di un qualunque sindaco di Roma in area PD non dopo averlo visto effettivamente recitare a teatro ma dopo averne letto un’intervista su «Io Donna» e sulla base di questa aver modificato la percezione teatrale effettivamente consumata all’Argentina). (leggi tutto)

Simone Weil, “La persona e il sacro”
L’esempio portato dalla Weil è quello del ladruncolo semianalfabeta che balbetta intimidito davanti al giudice, il quale, seduto comodo sopra il suo scranno, è pronto a colpirlo col maglio di una legge consustanziale al mondo che l’ha portato a errare. Se le vittime della violenza – anche di quella istituzionalizzata – non hanno voce, a propria volta, quasi immancabilmente, “i professionisti della parola sono del tutto incapaci di dargli espressione” dal momento che i loro privilegi (i gerani della sovrastruttura) si fondano sullo stesso potere che è l’origine della violenza. Quando il ceto intellettuale sta difendendo pubblicamente gli ultimi, non sta forse, nove volte su dieci, lottando per ribadire la propria forza? (leggi tutto)

Rogitare anziché investire in cultura a Roma (e altrove). La miseria dei privati ricchi.
Ma io mi chiedo anche: e i privati di peso? I grandi imprenditori? Quelli che potrebbero investire capitali importanti? I romani benestanti o facoltosi, insomma, quelli che hanno sempre disertato, che si lamentano di continuo dei mancati primati culturali della città ma poi preferiscono rogitare anziché investire? Giulio Einaudi era il figlio del Presidente della Repubblica e Giangiacomo Feltrinelli proveniva da una delle famiglie più ricche d’Europa. Il senso di colpa del benessere e il complesso della cultura un tempo facevano miracoli. Possibile che la grande borghesia romana, il generone e i progressisti pieni di immobili intestati o ereditati, i vecchi e nuovi ricchi minimamente sensibili e alfabetizzati siano così gretti, così privi di orgoglio e di ambizione, amino così male la propria città e ritengano di doverle così poco da non mettere la mano al portafogli per dare vita a una scena editoriale e culturale più ambiziosa? (leggi tutto)
 
Non ai tea party né ai radical chic: Minervini, Pallaoro e gli altri
La cosa stupefacente, guardando le pellicole di questi registi nati e formatisi in Italia prima di trasferirsi altrove (Minervini a Houston, Pallaoro in California, Pasolini da tempo in Inghilterra) o coltivare il vizio di immergersi in altre culture (Cremonini scrisse Private, il film sul conflitto israelo-palestinese che Saverio Costanzo non poté portare all’Oscar perché non era recitato in italiano) è che in nessuna delle loro inquadrature troverete quelle chiassate da strapaese bisognoso di continue gite a Chiasso, quel politically correct che è la foglia di fico della sinistra più baronale, quegli inutili avvitamenti di chi crede che una ben difesa marginalità supplisca alla mancanza di talento – sognando Lynch e Cassavetes, ovvio, ma poi dimenticando che il primo, quando ci fu da esordire con Eraserhead, all’attesa-pretesa di un contributo MIBAC preferì impegnarsi la casa – colpevoli di dotare l’apprezzamento estetico (“bello quel film…”) di una costante e odiosa sordina d.o.p. (“…per essere italiano”). (leggi tutto)

Trent’anni di “Siberia”
Così, contro ogni logica, dalla porta girevole di un luogo che i critici musicali ancora si ostinano a chiamare Firenze (mentre è ovvio, col beneficio della distanza si deve più razionalmente parlare di un varco spaziotemporale aperto su una Manchester simile a quella che aveva visto la nascita di Unknown Pleasures ma di fatto mai esistita, di una Berlino simile a quella di Low e tuttavia anch’essa frutto di fantasia, di una Mosca e di una Pietroburgo saltati a pié pari per andarsi a rifugiare sotto il freddo manto del più vero e immaginario tra i deserti europei) venne fuori questa cosa oscura, misteriosa, magnetica, incomprensibile, struggente, che con il tempo ci siamo educati a chiamare Siberia. (leggi tutto)

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C. de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. È redattore di Nuovi Argomenti. Longo ha una dote rara in Italia: quando recensisce un romanzo, riesce anche in poche righe a farci capire come è scritto. Mettendo da sempre un gusto intransigente per la scrittura e la letteratura al di sopra di ogni esigenza civile o intellettuale, Longo usa la lingua dei romanzi che recensisce per farla sentire al lettore. Preferisce questo metodo alla più comune usanza del recensore italiano, sia quello popolare che quello intellettuale, di chiedere che un libro lo si legga sulla fiducia, perché ha i temi giusti o le atmosfere giuste. Ecco qualche esempio delle sue recensioni, insieme ad alcuni pezzi di viaggio in cui si mette sulle tracce dei suoi miti letterari, da Agassi a Cape Cod.

L’esordio interrotto di Giovanna De Angelis
Come i grandi scrittori, Giovanna De Angelis non scorda mai di dirci come sono il cielo, il vento e la luce («c’era un cielo bianco, di gesso», «c’era un vento pungente che le gonfiava i capelli», «dormono smarriti in quella luce blu. Poi arriverà un nuovo scatto e le strade si divideranno, ciascuno ritroverà i suoi passi da mettere in fila e il mattino tornerà lattiginoso e opaco, come qualsiasi altro mattino di febbraio»). (leggi tutto)

Il battello di Melville e la scialuppa di Crane
A bordo della scialuppa ci sono un capitano, un macchinista, un giornalista e un cuoco. Tra loro nasce un’amicizia speciale: «Sarebbe difficile descrivere il sottile legame che si era stabilito tra quegli uomini in mare». Le onde sono spaventose, in alto il sole si sposta nel cielo con indifferenza. Arrivano inevitabilmente dei gabbiani – uno dei quali «aveva assunto la forma di un tetro e raccapricciante presagio» – e poi si affaccia anche un albatros. (leggi tutto)

La Parigi del Roland Garros
Come tutta Parigi, anche il Roland Garros è un monumento a se stesso. Così come tutta Parigi è immobilizzata in un eterno Settecento, con aree verdi con l’aria di parchi termali per bocciofili, anche qui non si aspettano nuove stelle della racchetta, perché la nostalgia pervade tutto. Al Roland Garros si celebra solo il passato, gli amanti del tennis preferiscono visitare il Museo interno piuttosto che squagliarsi al sole delle partite d’oggi. Pare dunque che per il tennis siano più vitali i nuovi campionati in Oriente (come gli eccentrici e visionari tornei di Doha o Dubai), con pubblico multietnico e le scolaresche di bambini filippini che sgranano gli occhi, mangiano pizza e hot-dog sugli spalti e tornano a casa felici. Qui invece, il tennis non è uno sport da appassionati ma da geologi del costume, da amanti del déjà vu, e comunque nessuno va via senza un oggetto da collezione: cravatte e gemelli firmati, tazze e tazzine, ombrelli, t-shirt e taccuini col mitico logo. Il Roland Garros è un amabile fossile in una città col cuore di pietra. (leggi tutto)

Il mito di Cape Cod
Per il New England, Cape Cod è il corrispettivo di Palm Springs per i californiani, l’altro posto in cui, avrebbe detto Thoreau, è possibile «gettarsi tutta l’America dietro le spalle». Entrambi sono luoghi del desiderio. Uno selvaggio (Cape Cod), l’altro consacrato al riposo assoluto (Palm Springs). Entrambi sono: decadenza e indolenza. Bret Easton Ellis faceva dire ad Anne: «è così talmente invitante nuotare e stare distesi accanto alla piscina, sbronzarsi o fare una qualsiasi delle innumerevoli cose decadenti che uno fa a Palm Springs». Per Stuart Nadler: «A Bluepoint non c’è molto altro da fare se non starsene seduti in veranda, o in giardino, o in spiaggia, al sole, con un libro e un bicchiere di tè freddo o una radio che trasmette la partita dei Red Sox – da ascoltare stesi su un’amaca». (leggi tutto)


I ♥ polpettoni – Il fascino irresistibile dei polpettoni letterari
«Prima che fosse finito il concerto, era sicuro che quella fosse la sola fanciulla che avrebbe sposato». Oppure: «Il vento primaverile, piovoso e lugubre, giungeva da luoghi paurosi e gridava intorno alla casa come un uomo che piange il suo amore». Ci si arrende, ciclicamente, al fascino irresistibile dei polpettoni letterari. (leggi tutto)

Mica tanto Open
Per arrivare a casa di Andre Agassi bisogna percorrere Las Vegas Boulevard verso sud fino a quando le quattro corsie di Tropicana Avenue non la tagliano perpendicolarmente. Proseguendo verso est lungo Tropicana, prima che l’asfalto evapori in un vacillante miraggio metropolitano, si incontra la fermata del bus 201a. Il biglietto si fa a bordo: andare da Agassi costa due dollari. Ma adesso, due ragazze coi bikini bianchi stanno giocando a Beer pong. Saltellano alle estremità di un tavolo rettangolare su cui hanno schierato una decina di bicchieri di birra riempiti a metà. Lanciano a turno una pallina. Fanno centro, sbagliano, sorridono. Come tutti, sono immerso nella piscina dell’hotel e fa talmente caldo che nessuno pensa a nuotare, al massimo ci si può passare una mano bagnata tra i capelli. Le foglie delle palme si solleticano altissime, i grattacieli ondeggiano nell’afa del primo pomeriggio, una cascata artificiale si tuffa oltre i lettini. Qualcuno in aereo mi ha chiesto perché tornare a Las Vegas se c’ero già stato. (leggi tutto)


Tiziana Lo Porto è nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per D, La Repubblica e Orwell. Ha tradotto, tra gli altri, Evita lo specchio e non guardare quando tiri la catena e Seduto sul bordo del letto mi finisco una birra nel buio di Charles Bukowski (minimum fax, 2002), Radicalchic di Tom Wolfe (Castelvecchi, 2005), La classe di François Bégaudeau (Einaudi Stile Libero, 2008) e In stato di ebbrezza di James Franco (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta ha pubblicato il graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011). 
Tiziana Lo Porto ha iniziato prestissimo a scrivere di libri e di qualunque cosa fa la sera o nel weekend o in viaggio. Sa da sempre come si convince una redazione a lasciarci scrivere di ciò che amiamo. In qualunque città si trovi, sta sicuramente andando a parlare con un regista di cui ha appena visto un film, e sicuramente non ha chiesto agli uffici stampa il contatto ma l’ha direttamente pedinato. Va a teatro, ne scrive, va al cinema, ne scrive, va al balletto, ne scrive, legge un libro, ne scrive. Vive in un mondo parallelo in cui è già tre mesi avanti e sa cosa faremo fra tre mesi: un vantaggio incredibile se si scrive per i periodici.

Intervista a Breat Eston Ellis
Dice: “Col sesso c’hai a che fare tutti i giorni. È parte di chi sei. Sei costretto a pensarci sempre. Che ci puoi fare?” Poi spiega che i suoi personaggi, più che da ossessioni, sono affetti dalla mania di controllo. “Essere maniaci del controllo significa non permettere che succeda niente. Mentre scrivevo la sceneggiatura di The Canyons mi sono ritrovato a pensare che c’è un momento in cui devi lasciare andare, non puoi cercare di controllare tutto per sempre, non funziona. Di fatto in parte è un film su di me”. (leggi tutto)

Da Dickinson a Dylan, e viceversa
La visita dura un’ora e mezzo e prevede un tour della casa di famiglia di Emily e dell’adiacente Evergreens, residenza del fratello Austin e di sua moglie Susan. La guida è un distinto signore sulla sessantina. Sulla camicia ha una targhetta con scritto il nome Alan e il cognome Dickinson. Uno dopo l’altro noi visitatori a turno gli chiederemo: parente? E lui risponderà: Sì, lontano. Parco in dettagli su di sé tanto quanto generoso in quelli sui propri avi. Alan Dickinson ha almeno una storia per ogni stanza di ognuna delle due case, ogni tanto legge qualche verso, ci parla dei progetti di restauro della casa museo, si dilunga felicemente sulle vicende editoriali della lontana antenata e sulla faida scatenata dalla relazione adulterina tra il fratello Austin e Mabel Loomis Todd, che mai in vita incontrò Emily e delle cui poesie diventò la prima editor (faida che è al centro della bella biografia di Lyndall Gordon Come un fucile carico. La vita di Emily Dickinson, Fazi Editore). (leggi tutto)

García Lorca in New York
Di Poeta a New York oggi Patti Smith dice: “Dentro c’è la bellezza, e l’avarizia, le cose che lo terrorizzavano, quelle che l’ossessionavano, quelle che lo disgustavano. Ed è un vero libro americano. Un piccolo libro scritto da un poeta che nel proprio paese non aveva nessuna libertà e che in America sentì di potersi esprimere, regalandoci una visione unica e speciale di New York e di quegli anni. Dopo New York tornò in Spagna, tornò a Granada, e tornò da persona politicamente scomoda e con una consapevolezza sessuale impopolare in Spagna, come dappertutto in quegli anni. Ma lui andò comunque. Venne arrestato, portato su un campo, e fucilato. Il corpo venne gettato in una fossa comune. È così che hanno trattato uno dei più grandi poeti di ogni tempo”. (leggi tutto)

Lunga vita alle graphic novel!
Nell’83 Toffolo frequentava la scuola Zio Feninger, imparando per esempio da Magnus che “una storia si può fare quando conosci la fine”. Negli anni ha insegnato anche lui fumetto, ha scritto e disegnato un albo che si chiama Lezioni di fumetto, ne ha scritto e disegnato un altro che viene da sospettare sia per molti adolescenti tutto quello che sanno su Pasolini, e che citando Uccellacci e uccellini dice: “I maestri sono fatti per essere mangiati”. http://www.minimaetmoralia.it/wp/intervista-harmony-korine-spring-breakers/ “Lo spring break per esempio mi interessava come fenomeno già da un po’. Ritagliavo foto e le raccoglievo. Foto scattate in Florida, foto di ragazzi e ragazze che in quei pochi giorni di vacanza danno di matto, fanno cose strane, fanno sesso sulla spiaggia, esagerano con droghe e alcool e tutto, vivono il divertimento in modo selvaggio ed esasperato. Di lì m’è venuta l’idea che avrei potuto usare lo spring break come metafora per raccontare qualcos’altro. Sono partito da un’immagine di un gruppo di ragazze in spiaggia in bikini che si diverte e ho iniziato a lavorare d’immaginazione costruendoci sopra una storia”. (leggi tutto)

lunedì 10 febbraio 2014

Paola Tusa intervista Ilide Carmignani







Paola Tusa si è laureata all’Università degli Studi La Sapienza di Roma in Traduzione Letteraria e Tecnico-scientifica, e l’amore per lo studio delle lingue straniere l’ha portata nel Regno Unito e in Francia, dove ha avuto modo di approfondire le sue conoscenze. Dopo una breve carriera da freelance ha incontrato un gruppo di giovani traduttori con cui è nata una solida amicizia e un progetto coraggioso, Melt Traduzioni, un’agenzia che in poco tempo si è specializzata nei campi della traduzione audiovisiva, multimediale e editoriale, lavorando a progetti molto impegnativi. All’interno di Melt Paola si occupa, oltre che di traduzione audiovisiva e editoriale, anche della gestione dei social media e del blog. Nel 2012 ha frequentato il corso Il lavoro editoriale di minimum fax.

Intervista a Ilide Carmignani*

Ilide Carmignani è nata e vive in Toscana. Da più di venticinque anni svolge attività di consulenza, editing e traduzione dallo spagnolo per le maggiori case editrici italiane. Fra gli autori tradotti: M. T. Andruetto, R. Bolaño J. L. Borges, L. Cernuda, R. Fogwill, C. Fuentes, A. Grandes, G. García Márquez, P. Neruda, J. C. Onetti, O. Paz, L. Sepúlveda. Ha tenuto corsi e seminari di traduzione letteraria presso università italiane e straniere. Nel 2000, ha vinto il I Premio di Traduzione Letteraria dell’Instituto Cervantes. Dallo stesso anno cura gli eventi sulla traduzione editoriale per la Fiera del Libro di Torino (l’AutoreInvisibile). Dal 2003 organizza, insieme al prof. S. Arduini, le Giornate della Traduzione Letteraria presso l’Università di Urbino. Dal 2006 coordina gli incontri del Pisa Book Festival Translation Centre. Nel 2008 è stata eletta socio onorario dall’AITI – Associazione Italiana Traduttori e Interpreti. Ha pubblicato Gli autori invisibili. Incontri sulla traduzione letteraria, Besa 2008.

A settembre si è tenuta la decima edizione delle «Giornate della Traduzione Letteraria», unico appuntamento in Italia, oltre a «l’AutoreInvisibile» di Torino, per incontrarsi e confrontarsi tra colleghi su temi anche di grande attualità: com’è cambiato nel tempo questo appuntamento, e cosa le piacerebbe aggiungere o modificare?
Le prime edizioni delle Giornate sono state una specie di avventura: si trattava in qualche modo di tracciare una mappa del mestiere, di indagarne la geografia e la storia, soprattutto presente, e di individuarne i protagonisti, oscuri, abituati da sempre al silenzio, per poi convincerli a prendere la parola, a esplicitare e condividere le loro conoscenze. Non appena si è delineato un orizzonte –  il nostro orizzonte: non da traduttologi, non da linguisti, non da studiosi di letteratura, ma da traduttori letterari – tutti sono stati felici di venire, di incontrare finalmente, dopo tanta solitudine, i colleghi.
In questi dieci anni abbiamo cercato di operare pioneristicamente su molti fronti, gettando sempre lo sguardo oltre le nostre frontiere, grazie anche ad associazioni internazionali come Fitlit e Ceatl. Abbiamo lavorato sul piano professionale, analizzando e discutendo le pratiche editoriali, e sul piano della formazione permanente, offrendo seminari e conferenze di colleghi illustri, di scrittori come Luis Sepúlveda e Daniel Pennac, di studiosi come Umberto Eco, Eugene Nida, Susan Bassnett, Edwin Gentzler. Abbiamo coinvolto le istituzioni attraverso il MIBAC e la Casa delle Traduzioni delle Biblioteche di Roma, che oltre a patrocinarci hanno contribuito alla pubblicazione di tre volumi di atti. Abbiamo istituito due premi, il Premio Fedrigoni, che viene concesso a traduttori letterari per l’insieme della loro attività o a personaggi del mondo culturale che si sono contraddistinti per il loro impegno a favore della traduzione, e il Premio Harlequin Mondadori, che consente anche a esordienti di cimentarsi con la traduzione del romanzo rosa. Ci siamo, infine, impegnati per una maggiore visibilità culturale delle tematiche della traduzione, invitando giornalisti delle principali testate nazionali, oltre a Radio Rai 3, che è media partner della manifestazione.
Non so su quale strada ci avvieremo domani, la traduzione mi appare sempre più spesso un territorio sconfinato, proprio per la sua natura ibrida, che intreccia in un particolarissimo métissage aspetti professionali, editoriali, accademici, culturali, economici, etici… È molto difficile selezionare i temi degli incontri per l’imbarazzo della scelta. E temo che in futuro lo sarà ancora di più: oggi il traduttore lavora non di rado anche come revisore, se non addirittura come agente, ma le vaste possibilità offerte del digitale fanno pensare a funzioni ancor più trasversali. Dovremo abituarci all’idea di approfondire, per esempio, il discorso dei traduttori-editori, perché i Dragomanni sono ormai realtà.

Nel suo libro Gli Autori Invisibili. Incontri sulla traduzione letteraria (Besa, 2008) ha raccolto interviste a traduttori, scrittori e editori italiani per dar voce ai traduttori editoriali, il cui ruolo è tanto fondamentale quanto misconosciuto. Suppongo che anche le «Giornate della Traduzione Letteraria» nascano dalla stessa esigenza: come ha fatto a farle partire, all’inizio? E pensa che l’attenzione nei confronti del ruolo del traduttore sia cresciuta in questi anni?
Sì, quel libro è nato proprio dal bisogno di conoscere e ascoltare i più importanti traduttori letterari italiani. Confesso che ho sofferto a lungo la solitudine del traduttore, non la solitudine legata al tu per tu quotidiano con il testo – quella è una solitudine solo apparente perché condivisa con la voce dello scrittore, è un dialogo fitto, una compagnia affascinante, un piacere quotidiano – ma la solitudine legata all’assoluta mancanza di occasioni d’incontro, di scambio, di crescita, con gli altri traduttori, e di momenti di riflessione con le varie componenti del mondo dell’editoria e della cultura a partire dalla propria identità professionale. Credo che l’identità professionale di molti traduttori sia rimasta fragile anche per questo lungo isolamento, questo lungo silenzio, questa lunga invisibilità prima di tutto davanti a sé stessi, mentre la traduzione letteraria  richiede un insieme così vasto e vario di saperi e competenze, una sensibilità, un senso di responsabilità, direi persino un orgoglio, che solo una forte e coltivata consapevolezza del proprio compito può dare. È stato proprio il desiderio di lenire questa solitudine la molla primaria che mi ha portato a immaginare manifestazioni italiane simili a quelle che avevo conosciuto all’estero, come la Summer School del British Centre for Literary Translation o le Jornadas en torno a la traducción literaria della Casa del Traductor di Spagna. Così nel 2001, grazie a Ernesto Ferrero, direttore del Salone del Libro di Torino, sono nati gli incontri dell’AutoreInvisibile (la prossima edizione, la tredicesima, sarà il 16-20 maggio 2013); nel 2003, grazie alla collaborazione con Stefano Arduini, le Giornate della traduzione letteraria, e nel 2006, grazie a Lucia Della Porta, gli incontri sulla traduzione editoriale del Pisa Book Festival (la prossima edizione si terrà il 23-25 novembre 2012). È stato semplice mettere in piedi le manifestazioni, è bastato parlarsi, forse era già tutto nell’aria. A posteriori direi che era inevitabile che l’attenzione per la traduzione e i traduttori crescesse: viviamo in un mondo sempre più globalizzato e siamo quindi più predisposti a cogliere l’importanza, e anche il fascino, di un mestiere che si esercita in bilico su una frontiera.

Oltre che organizzatrice, lei è anche una delle più quotate traduttrici dallo spagnolo in Italia: ha tradotto autori come Bolaño, Borges, Fuentes, Márquez, Neruda e Sepúlveda. Che rapporto ha con gli autori viventi?
Un tempo ero molto in ansia a ogni incontro con uno scrittore e ancora oggi mi sento estremamente responsabile nei suoi confronti, consapevole che una cattiva traduzione può distruggere qualsiasi capolavoro, ma a dire il vero ho sempre trovato gratitudine e, più spesso di quanto non si creda, un certo bisogno di conferma. Sarà che il traduttore vede lo scrittore nudo… La lentezza implacabile del lavoro di mediazione strappa ogni velo. In generale posso dire che ho ottimi rapporti con gli scrittori: sono sempre pronti a rispondere ai miei dubbi di traduzione. Un dialogo consente di capire meglio il testo e quindi di dare una traduzione migliore (anche se non bisogna confondere l’autore con il testo) e poi, banalmente, la stima dello scrittore concede al traduttore un certo potere contrattuale nei confronti della casa editrice. Nei casi in cui la chimica funziona, c’è anche una speciale felicità nel lavoro quotidiano. Così come c’è un vuoto, una specie di nostalgia, quando si intuisce che la chimica avrebbe funzionato ma lo scrittore purtroppo non c’è più.

Prima di arrivare ai grandi nomi avrà dovuto fare un po’ di gavetta: ci racconta dei suoi primi passi nel mondo della traduzione?
Ho iniziato, molto audacemente, a ventitré anni traducendo dei poemi in prosa di Luis Cernuda per un professore universitario che voleva pubblicare un volumetto ma non intendeva perdere tempo con la traduzione. Ricordo che per allettarmi disse: «Ti affido anche le note che fanno titolo nei concorsi». Ancora oggi, benché l’università abbia aperto le porte a questo tipo di formazione, è cambiato poco o niente, tanto è vero che la traduzione letteraria la insegnano i linguisti. In seguito, frequentando un Ph.D. alla Brown University, negli Stati Uniti, ho seguito uno special course con un grande traduttore, oltre che studioso, Alan Trueblood, e al ritorno ho presentato alcune proposte di traduzione a case editrici di Milano. È andata bene e da allora non ho più smesso di tradurre. Ho avuto tanta fortuna e poi all’epoca gli editori erano quasi allibiti che volessi fare la traduttrice di mestiere. I colleghi più anziani erano tutti traduttori per caso.

Che rapporto ha con i suoi revisori? E quando è lei, se le capita, a dover fare una revisione?
Credo che il revisore sia una figura fondamentale per un traduttore. Ce ne sono molti bravissimi, come Francesca Erba di Adelphi, di cui mi fido più che di me stessa. A volte invece il ricorso a collaboratori esterni occasionali, pagati molto poco e pressati da mille consegne, può esporre il traduttore a sgradevoli sorprese… Bisogna sempre leggere le bozze, anche a costo di passarci la notte perché c’è fretta. Quanto al rivedere io, sinceramente preferisco tradurre. È un compito molto difficile: il revisore, come spiega Renata Colorni negli Autori invisibili, è tenuto a una doppia fedeltà, allo scrittore e al traduttore, e quindi anche a una doppia oblatività. Bisogna essere elastici, sottili, capaci di lavorare negli interstizi, e molto generosi.

Ci sono dei traduttori o delle traduzioni che ha amato particolarmente nel corso delle sue letture, e che vorrebbe consigliare a chi ci legge?
Mi piacciono molto, moltissimo, le traduzioni di Susanna Basso. Tutte.

Che consigli si sente di dare ai neolaureati che intendano intraprendere il suo stesso percorso?
Di pensarci bene perché è una strada tutta in salita, ma se proprio sono decisi a percorrerla, di leggere e scrivere più che possono e – come dice Alberto Rollo, direttore letterario di Feltrinelli, nel terzo volume di atti delle Giornate – di avere sempre una grandissima curiosità.

(Paola Tusa, novembre 2012, Meltinblog)

* Nel 2013 Ilide Carmignani ha vinto il Premio Nazionale per la Traduzione.

mercoledì 29 gennaio 2014

A volte succede: da un corso di editoria a Julio Cortázar


http://www.edizionisur.it/pages/view_page/3


In attesa della sesta edizione del Lavoro editoriale, pubblichiamo un pezzo della nostra ex corsista Giulia Zavagna* su quello che è successo prima, durante e dopo il corso. 

Capita sempre, a fasi cicliche, che qualcosa (qualcuno?) ci obblighi a fermarci, ci svegli nel cuore della notte e ci chieda con fare ossessivo cos’è che vogliamo fare davvero nella vita. Capita ogni volta, anche nei periodi migliori, anche quando chiunque ci guardasse da fuori penserebbe che tutto sommato non ci è andata affatto male. E ogni volta, puntualmente, è il panico. O forse no.

In fuga preventiva dall’horror vacui post-universitario, nel 2011 mi sono trasferita a Roma. Sì, non è Buenos Aires, ma sarà giusto per cinque o sei mesi, pensavo, in fondo il corso finirà a maggio. E poi: l’entusiasmo. Certo, la tesi da finire, mille scadenze, fare su e giù da casa ogni due settimane, i ritmi accelerati, la città che ancora ti sfugge, eppure. Eppure lo sapevo già, da qualche mese prima, quando in anticipo su ogni aspettativa Rachele mi aveva dato buca al nostro colloquio a Ponte Milvio, e nemmeno ci ero potuta entrare in quella casa editrice che tanto aspettavo di conoscere. Solo una rapida occhiata da fuori, accettando sconsolata di incontrarla per un caffè in centro. Io non lo volevo il caffè, volevo i libri, imparare i libri.

Ricordo i mesi di corso come un’esperienza inverosimile, allucinogena, a ripensarci ora. Ero esattamente nel posto in cui volevo essere, a fare esattamente quello che volevo e mi aspettavo di fare, nel momento giusto, con le persone giuste. Non riesco a isolare un’esperienza analoga, neanche una. O forse sì, ma non si può stare sempre in viaggio. Comunque sia, credo di averli imparati, i libri. Come sono fatti, quanto lavoro e quanto amore richiedono, com’è difficile dargli una forma, un colore, un aspetto che li rappresenti, e allo stesso tempo rappresenti chi li ha costruiti, e chi li vorrà esplorare. E ho imparato che, spesso, quando si parla di libri si beve un bicchiere di vino, che ogni fiera del libro è insieme una grande folla e una grande festa – quell’anno a Torino si presentava SUR e io, che non c’entravo nulla, ero felice come se fosse cosa mia –, che la pignoleria è una grande qualità, e che Rachele non è solita mancare gli appuntamenti. I sei mesi a Roma sono diventati nove: ci ho messo un po’, ma alla fine nella tanto sospirata casa editrice ci sono entrata, e mi ci sono fermata tre mesi, ad ascoltare.

Ormai è il 2014, la tesi è un ricordo lontano, il corso un momento felice, i libri ora li faccio davvero e Roma è ancora casa mia. Ah, anche SUR è diventata un po’ mia, perché quando dico «fare i libri» – oltre a citarne uno bellissimo – intendo dire farli davvero, dall’inizio alla fine: negli ultimi due anni ho avuto l’insana fortuna non solo di collaborare con SUR, correggendo bozze, facendo revisioni, traducendo; non solo di lavorare con la lingua amata, i paesi amati, gli autori amati; non solo di tradurre un libro meraviglioso di uno dei miei scrittori preferiti di sempre. C’è altro? Ebbene sì, quel libro l’ho fatto io, tutto intero. La base di partenza è al di là di ogni aspettativa: un mare di parole, di pagine scritte a macchina (quasi cinquemila, dicono), in cui mi sono immersa notte e giorno cercando attentamente, attentamente selezionando ogni dettaglio, maneggiando il tutto con cura, come è giusto fare con i materiali più preziosi. Con cura, esatto. Curare un libro: mai termine fu più appropriato. E no, nonostante questo niente rose né fiori, tutto infinitamente incerto, fuggevole, impossibile da pianificare. Da imparare, qualcosa ogni giorno, certezze nessuna, progetti a lungo termine ancor meno, l’horror vacui sempre appostato dietro lo stesso angolo. Fa parte del pacchetto, forse. Però ecco, se oggi mi chiedessero cos’è che voglio fare davvero nella vita, risponderei: questo, ancora e ancora.


*Giulia ha partecipato alla terza edizione del Lavoro editoriale e oggi collabora come freelance con diversi editori. Per le edizioni sur ha curato Carta carbone, il primo dei tre volumi dell'epistolario di Julio Cortázar.

lunedì 13 gennaio 2014

Un prequel: aspettative passate, presenti e future di un editoriale

Fotogramma da La storia infinita (Wolfgang Petersen, 1984).


In attesa della sesta edizione del Lavoro editoriale, pubblichiamo una riflessione del nostro ex corsista Angelantonio Citro* su aspettative passate, presenti e future di un editoriale.


Sto scrivendo questo pezzo perché me lo ha chiesto Rachele. Ciò non vuol dire che lo scrivo controvoglia, tutt’altro, solo fare la cronaca romanzata delle ultime righe del mio curriculum non lo trovo molto interessante. Dopo aver fatto il corso a minimum è quasi un anno che lavoro in un ufficio – dal quale sto scrivendo adesso – caldo d’inverno e fresco d’estate, piuttosto arioso, dove entra tanta luce.
Se devo parlare di lavoro, però, mi viene in mente un ragazzo che ho conosciuto qualche anno fa. Diciamo qui che si chiamava Salvo. È delle mie parti, campano. Siamo usciti tre o quattro volte. Io avevo ventun anni, lui venticinque. Mi veniva a prendere con un SUV della Mercedes nero nuovissimo. Ci facevamo un giro, prendevamo qualcosa da bere, mi portava a casa sua, facevamo sesso e poi chiacchieravamo. Io ero studente universitario di lettere. Già non ne potevo più dell’università, bramavo una mia indipendenza e stavo pensando a come fare per ottenerla. Questo era più o meno tutto quello che avevo da dire allora sulla mia vita e questo era quello che dissi a Salvo. Lui mi prese le mani, mi guardò i palmi e disse: viziato. Ci rimasi malissimo, ma non lo diedi a vedere. Gli chiesi di parlarmi di lui. Mi raccontò che lavorava da quando aveva 14 anni. Aiutava il padre in campagna. Si era diplomato non ricordo più in cosa e non aveva mai pensato di iscriversi all’università. Poi aveva cominciato a lavorare alla concessionaria della Mercedes. Nonostante fosse alto poco più di un metro e settanta aveva fatto il fotomodello. Era molto bello. Aveva un corpo perfetto che teneva allenato e pulito. Non fumava né si drogava. Non era ossessionato da diete o dall’eccesso di cibo. Mi mostrò diversi servizi fotografici che aveva fatto anche a Parigi. Poi aveva avuto un incidente con la moto. Si era spaccato la testa. Da poco aveva tolto i punti di sutura e gli avevano dovuto trapiantare i capelli per nascondere la cicatrice. Era vivo per miracolo, ma ora non sapeva se poteva più continuare a fare il modello. La cosa non lo rattristava molto, ora non pagavano i modelli più come un tempo perché dicevano che c’era la crisi. Da poco aveva ripreso a lavorare alla Mercedes. Spesso faceva degli orari assurdi anche perché la concessionaria era a tipo un’ora di macchina. Infatti era difficilissimo che trovasse una sera libera quando dovevamo vederci. Quella casa in cui eravamo – un appartamento su due piani con terrazzino – era sua, se l’era comprata e pagata senza fare mutui. Lui l’aveva imbiancata, lui aveva montato la cucina, comprato e portato i mobili; lui ci aveva messo il parquet. Tutto sommato però stava pensando di venderla e di prenderne un’altra da qualche altra parte, perché i vicini (parliamo dell’hinterland campano da cui io volevo fuggire) cominciavano a sparlare di lui perché era arrivato da poco così di punto in bianco, aveva il macchinone, era troppo giovane per vivere da solo e in quella casa ci entravano solo ragazzi.
A venticinque anni Salvo aveva tutto quello che io desideravo a ventuno e che continuo a desiderare. Aveva ottenuto l’indipendenza lavorando e mettendo da parte nella maniera più semplice e disarmante possibile. Lui è la persona riuscita più giovane che abbia mai incontrato. A volte mi chiedo se prima o poi riuscirò anch’io in qualcosa di simile. Mi vien da pensare che ci sono persone guidate dal dovere (come Salvo) e persone guidate dalla volontà (come me). Le prime sono quelle che riescono incondizionatamente, per le seconde è una parola. Quando mi vien da pensare questo, ecco, dormo poco.


* Angelantonio ha partecipato alla quarta edizione del Lavoro editoriale e oggi si occupa di editoria digitale «qualsiasi cosa questo voglia dire».

venerdì 13 dicembre 2013

Il Magnifico

Immagine: Sopra le quinte | Marco Giacchero

In occasione della partenza del nuovo ciclo di seminari tematici di scrittura, pubblichiamo un racconto di Alessandro Marzocchi, allievo della scorsa edizione.


Soffriva il tempo vuoto. Lo scarico del lavandino aveva lasciato un lamento gutturale inghiottendo l’ultimo ristagno d’acqua. Moco era rimasto a cercarsi nello specchio sbattendo gli occhi, con le mani e la faccia ancora umide. Il silenzio gli premeva sulle orecchie nella luce fioca del piccolo bagno. Non c’era carta né altro. Aveva tirato a sé la tenda che faceva da porta ma al tocco era così sporca e impolverata che l’aveva abbandonata subito e si era risolto a fare con la maglia. Aveva sbadigliato per la tensione, si era schiarito la gola e aveva sputato nella tazza. Quando aveva spento la luce si era trovato in un buio nero, aveva fatto due passi ed era finito contro il telo del fondale.
Alla quinta ci era arrivato camminando alla cieca, senza aspettare che gli occhi si abituassero ma annaspando con la destra e la sinistra nel vuoto. Non si era mai trovato in un retropalco stretto a quel modo, per di più con il cesso nel mezzo.
Il palco era in penombra. Le file di poltroncine rosse della platea assorbivano come una spugna le luci della sala. Moco aveva misurato la diagonale fino alla panca che occupava il centro della scena. Erano cinque passi esatti, era lì che avrebbe dovuto fare l’inchino e cominciare.
“Il teatro è geometria” gli aveva spiegato Pierattini il giorno prima, alle prove. Moco si era infilato un dito nel naso. I luoghi chiusi e pieni di polvere gli riempivano il naso di caccole.
Il tecnico delle luci, Giannelli, aveva scostato le tende dell’ingresso e si era fermato con le mani in tasca in fondo al corridoio della platea, Moco si era voltato per nascondere il gesto e si era pulito le dita sui pantaloni. Giannelli si era tolto la giacca e il cappello appoggiandoli ad uno schienale dell’ultima fila e si era seduto nella sua postazione, a testa bassa. Da quando Moco era salito di grado gli pareva di venir trattato in maniera diversa, distante, allora aveva tossito forte, due volte, ma Giannelli era rimasto chino sul mixer.
Moco aveva preso un respiro e aveva chiesto “Dove sono tutti?”. La prima americana, sul proscenio, si era accesa. Moco aveva guardato il tavolato del palco, le proprie scarpe, tingersi sotto le luci colorate. Giannelli aveva abbassato il cursore e l’aveva spenta, “Sono al bar” aveva detto e aveva acceso l’occhio di bue a sinistra, puntato di mezzo metro davanti a Moco. “Dov’è il bar?” aveva chiesto Moco. Giannelli aveva sfumato il faro fino a farlo scomparire poi era andato in successione con l’altro occhio di bue, a destra, centrando col getto di luce la panca e il ragazzo, poi aveva spento anche quello “Al paese, due chilometri più su” aveva detto. Tornato in penombra Moco si era accorto di avere freddo. “Il teatro è il gelo” aveva sentito dire quel pomeriggio da Pierattini, ispirato, in piedi sul palco a guardare la sala vuota del cinema teatro intanto che lui montava gli oggetti di scena.
Moco era uscito dalla porta di sicurezza posteriore. L’aria era fredda, la luce al neon gettava una chiazza giallastra sulla breccia dello spiazzo, il cassone del vecchio furgone spuntava a pochi metri dietro i pini. Si era stretto nella giacca, aveva dato un’occhiata all’orario, le otto meno dieci, ed era andato a pisciare poco più in là sul limitare della scarpata.  Le luci della pianura erano poche e sparse nel nero della terra.
Il furgone si era avviato al terzo tentativo. Il motore lo spingeva lento sulle curve della salita. Moco guidava guardando la strada nella luce dei fari.

Una settimana prima si era svegliato ed era ancora solo l’attrezzista, o come diceva il Pierattini “Il direttore di scena” dello spettacolo. Era la mattina dopo la recita di Vicchio e tutta la compagnia era ospite al cascinale. Moco era sceso a far colazione al tavolo sotto il pergolato che gli altri stavano finendo, l’aria era umida ma piacevole. Giannelli si rimpinzava di biscotti, gli aveva mugugnato un saluto mentre Flora più discosta, il capo reclinato, non l’aveva neppure guardato, i capelli biondi le cadevano lisci sul lato del viso come una tenda e fumava con gesti molli davanti alla tazzina. Pierattini, il padrone di casa, era in piedi distante quattro o cinque metri, dava le spalle a tutti e guardava un punto indefinito del panorama. Solo Attilio mancava. C’era foschia, la piana e anche la corona di colline intorno erano senza colore. Quando il cane gli era arrivato vicino ad annusargli i pantaloni, Pierattini era rimasto diritto, le mani nelle tasche, finché quello non se ne era andato a coda bassa. Aveva masticato la saliva nella bocca chiusa e poi aveva detto “Giacomo, Giacomo, vieni” Moco aveva buttato giù l’avanzo di caffè tiepido e si era avvicinato. Guardava la schiena larga di quell’uomo piantato sugli zoccoli davanti ad un panorama infiacchito dalla pesantezza dell’aria. Il fisico corpulento da contadino nei pantaloni neri, macchiati, la camicia a quadrettoni aperta con i lembi che penzolavano sui lati. “Hai capito cos’è il teatro, vero?” gli aveva detto Pierattini, Moco aveva preso una sigaretta “Il teatro è un equilibrio sottile, è misura” aveva continuato e si era voltato a guardarlo, lui stava con le mani davanti al naso ad insistere su di un accendino difettoso. “Lo spettacolo fino ad ora ha galleggiato come un sughero” guardava la faccia di Moco arricciarsi nel tentativo di riuscire ad accendersi la sigaretta. Soppesava i tratti di quel ragazzo basso e magro, il suo viso squadrato con il naso lievemente storto, i capelli neri, folti e le sopracciglia unite che facevano una linea sopra la grossa montatura degli occhiali. Pierattini aveva preso un respiro ed era tornato a guardare la foschia “Ora bisogna vedere se può avere il guizzo di prendere il volo, oppure affondare” Moco scuoteva l’accendino nella destra.
“Vedi, quello che è successo ieri, dopo la recita può essere la fine come il punto di svolta”
La fiamma era arrivata tenue, galleggiava con la sua punta gialla, tremolante, attaccata alla coroncina di metallo dell’accendino. Moco l’aveva custodita richiudendoci la sinistra attorno e aveva pescato con la cima della sigaretta. “Attilio Martini ci ha abbandonato, così, nel mezzo della nostra avventura, ma è inutile discutere di questo, bisogna guardare avanti, fra una settimana abbiamo la recita al teatro di Popiglio, su all’Abetone, bisogna pensare che non tutto ciò che sembra un male è poi un male. Come si dice: si chiude una porta e si apre un portone”
Pierattini continuando a ragionare si era di nuovo rivolto verso Moco e fissava a terra una lumaca procedere strisciando tra i fili d’erba. Moco lo aveva guardato senza capire. Fumava la sua sigaretta un po’imbarazzato pensando che appena lo avesse mollato con il discorso si sarebbe fatto volentieri una canna e poi sarebbe andato in bagno che dopo gli scappava sempre la cacca, regolare come un orologio. Pierattini si era sfilato il piede destro dallo zoccolo. Anche il piede era tozzo, con le dita corte e grosse “E il portone si può aprire per te, Giacomo” aveva allungato la gamba e portato il suo piede nudo sopra la lumaca “Tu hai una faccia da teatro, sai? Segui lo spettacolo da più di un mese, quante volte l’hai visto, tra prove e recite, trenta, quaranta, no?” mentre parlava era andato a schiacciare il mollusco con il suo guscio pigiandolo a terra tra l’alluce e la pianta del piede. Moco aveva sentito il rumore della casetta dell’animale disgregarsi sotto la pressione e aveva visto venire su una schiuma grigia negli interstizi tra le dita. D’istinto era salito a fissare il volto di Pierattini, l’espressione soddisfatta, mentre strofinava il piede sull’erba prima di rinfilare lo zoccolo, e aveva risposto “Anche cinquanta.”
Pierattini gli aveva sorriso, con la destra si era accarezzato il mento e gli occhi si erano fatti acuti “E la parte di Attilio, si può dire che la sai?” Moco, col pensiero alla canna e alla cacca, per tagliare corto gli aveva detto “A voglia, so anche la sua oramai” e si era allontanato. Con quella risposta era diventato attore.

Il furgone aveva arrancato sull’ultimo tratto di salita, uno strappo ripido di duecento metri dopo il cartello “Popiglio” e Moco aveva raggiunto un gruppo di case. Due anziani erano seduti di fianco all’ingresso del bar. Moco aveva posteggiato al bordo della carreggiata ed era entrato cercando di sciogliere il passo al meglio mentre i vecchi lo osservavano in silenzio. Aveva inquadrato subito Pierattini e Flora al tavolino con un bicchiere in mano.
“Ecco il nostro Giacomo” aveva detto forte Pierattini vedendolo entrare e si era buttato in bocca un pezzo di focaccia per andare ad accoglierlo battendogli le mani sulle spalle “Bravo, bravo, mi raccomando eh..” aveva aggiunto con la bocca piena poi era tornato al tavolo a riprendere il bicchiere di vino, l’aveva vuotato e si era pulito la bocca con il dorso della mano “Concentrato, Giacomo, il teatro è concentrazione”. Nel fondo della sala un tizio che leggeva il giornale aveva fatto un rutto. Moco era andato al banco, la signora, dietro, bassa e tutta rughe, lo aveva fissato senza espressione. Pierattini si era avvicinato battendogli di nuovo la mano sulla spalla “Mi raccomando, niente alcolici, devi essere al meglio”. Moco lo vedeva riflesso nella specchiera della parete tra le bottiglie. Il faccione largo, l’occhio guizzante, sorridergli, e così sulla spinta aveva chiesto una spuma bionda e se c’era qualcosa da mangiare. “Si sono finiti tutto gli amici tuoi” aveva risposto la barista mentre si chinava a prendere la bottiglietta di gassosa.
Moco si era voltato, Pierattini faceva segno a Flora di sbrigarsi, lei con il vestitino a fiori leggermente sbottonato si alzava dal tavolino e Moco le aveva guardato le tette. Anche Pierattini aveva gli occhi sulle tette di Flora, aveva detto “Noi si va, non fare tardi eh..” ed erano usciti. Flora passandogli accanto gli aveva lasciato un sorriso furtivo tanto che Moco subito dopo aveva guardato la propria di immagine tra le bottiglie, e si era detto che non era poi così brutto, anche sua madre lo diceva “Un uomo non è mai brutto, è particolare” diceva, se non fosse stato per quella caduta dal letto quando era piccino anche il naso lo avrebbe avuto dritto. Così Moco aveva scostato il bicchiere di spuma “Mi dia una grappa” aveva detto, poi l’aveva buttata giù di un fiato e si era scosso in un brivido. Aveva guardato in giro, ancora, il tizio che leggeva il giornale, e ancora la sua immagine nello specchio tra le bottiglie. Si sentiva già meglio, più sicuro. Si era sorriso. La signora dietro il banco lo stava osservando con la stessa faccia tutta rughe. Moco si era ricomposto serio e aveva rilanciato “Un’altra” spingendo il bicchiere in avanti sul banco. Anche la seconda grappa era andata giù in un fiato, ma gli era ritornata su, in parte, provocandogli un piccolo accesso di tosse. La signora lo guardava fisso, con i suoi occhi piccoli e scuri. Moco si era aggiustato le maniche della giacca e aveva domandato quanto era da pagare “Con quello che hanno preso gli amici tuoi sono diciannove” gli aveva risposto lei mettendo una mano al fianco e cambiando piede d’appoggio. Moco si era disunito un attimo, il tempo di capire, con il labbro inferiore che si abbassava leggermente, poi aveva messo la banconota da venti vicino al bicchiere. Era uscito dicendo “Tenga pure il resto”.
Il teatro visto da lontano sembrava un magazzino, una grossa scatola di cemento dimenticata sulla costa della strada, Moco aveva parcheggiato sul retro vicino alla Lancia K nera di Pierattini. Erano ancora le otto e mezza, allora si era rollato una canna, l’aveva chiusa e infilata nel pacchetto di sigarette. La porta di emergenza era bloccata dall’interno e si era fatto tutto il giro fino all’ingresso principale, con calma, strisciando la chiave del furgone sul cemento del lato lungo.
I camerini erano un’unica stanza, lunga e stretta con in fondo uno specchio e un acquaio senza rubinetto, Flora era già con l’abito di scena che si aggiustava i capelli,  Pierattini si stava cambiando. “Ah eccolo” aveva detto “muoviti, che si fa tardi, in scena è tutto a posto?” “Certo” aveva risposto Moco posando la giacca ad un attaccapanni e aveva preso la gruccia con il suo costume. Pierattini aveva indosso il camiciotto bianco e azzurro con le maniche a sbuffo e cercava di allacciarselo tirando in dentro la pancia “Flora” aveva chiamato, e lei era arrivata subito ad aiutarlo, Moco le guardava le tette spinte in alto dal corsetto.
“Questo è il teatro, è collaborazione” diceva Pierattini intanto che gli sistemava la camicia.  Moco aveva aspettato che Flora se ne andasse per togliersi i pantaloni, poi si era infilato una calzamaglia rossa. Pierattini in piedi, si aggiustava davanti allo specchio “L’uomo ha bisogno di poche cose: mangiare, trombare e dormire” aveva guardato il riflesso di Moco sorridere alla sua massima e aveva aggiunto “In quanto a mangiare e dormire tu sei a posto” aveva riso compiacendosi e accarezzandosi la pancia prominente e aveva continuato “Poi però ha bisogno di altre due cose, di ridere e di piangere. Il teatro è ridere e piangere” si era schiarito la gola, aveva tossito più volte e aveva sputato nel lavandino “Maledizione con questo tempo è un attimo giocarsi la voce”.
Moco si infilava il camicione bianco con i pizzi “Noi con questo spettacolo prima li facciamo ridere, eh Giacomo..” e gli era andato vicino “Poi quando il cuore è molle si va con il sentimento, la poesia.. quelli fanno sempre piangere” aveva fatto un gesto ampio con la mano davanti al volto, puntando lo sguardo a perdersi verso la macchia di umido nell’angolo più lontano “Vedrai le vecchiette in prima fila come tireranno fuori i fazzoletti quando noi si chiude con Quant’è bella giovinezza” e aveva respirato profondo scuotendo la testa, come chi la sa lunga “Si, il teatro è riso e pianto”. Giannelli con la sua faccia chiusa era arrivato a dare i cinque minuti. Moco aveva preso la parrucca, si sentiva la bocca impastata. 
Il tempo di guardarsi allo specchio e sistemare la parrucca che Giannelli era tornato a dare il Chi è di scena.
Sul palco si era comportato benissimo, e quando aveva terminato il pezzo su Carlo VIII, il re di Francia alto un metro e quarantacinque morto per aver battuto la testa contro lo stipite di una porta, la risata era risuonata in tutta la sala, “Ma come le fan piccine le porticine in Francia per farci battere la testa a’nani, secondo me ha detto: -Vò a fare un giro-, ed è partito di corsa, solo si è sbagliato, invece di prendere la porta si è infilato diritto dentro al caminetto e bum, l’è morto da grullo”. Era uscito tra gli applausi. Flora, lì in quinta, gli aveva sorriso e l’aveva abbracciato. Lui l’aveva stretta, forte, per sentire le tette morbide e gonfie spingere sul suo torace. Era andato nella stanza a prendere il pacchetto di sigarette dalla giacca e si era messo a fumare la canna all’uscita di sicurezza sul retro. Le voci di Pierattini e Flora in scena giungevano dalla porta socchiusa.
La notte gli sembrava fresca, sentiva l’aria frizzante sulla pelle, guardava dall’alto le luci delle strade, delle case, punteggiare il nero della terra. Dopo sarebbero andati a cena, e avrebbero parlato di teatro, delle prossime recite, Empoli e Piombino. Gli occhi li sentiva già gonfi, la testa confusa e un sorriso ebete gli si allargava in volto. Aveva avuto un brivido. Ci fosse stata sua madre a vederlo.
Era rientrato chiudendo il battente con delicatezza e aveva fatto qualche passo verso la quinta a controllare a che punto erano. Pierattini si sbracciava, andando da una parte all’altra del palcoscenico, da dietro Moco poteva vedere gli spruzzi di saliva che uscivano assieme alle parole mentre narrava la Congiura dei Pazzi. Sembrava un leone. Flora nell’attesa di rientrare, attendeva accanto a lui, era già cambiata per la scena finale, col vestito da suora. Moco l’aveva guardata negli occhi, lei aveva risposto con un sorriso dolce e la mano ad accarezzargli i capelli. Il momento poteva essere perfetto non fosse stato per alcune fitte alla pancia. La canna fumata fuori, nell’aria fredda, con indosso solo il camicione. Finita la congiura Pierattini si era seduto sulla panca al centro della scena, erano le battute prima del finale, Giannelli aveva messo la musica, Flora era entrata. Moco le avrebbe voluto dire qualcosa, una parola, ma il dolore alla pancia era diventato più intenso. Aveva dovuto raggiungere lo sgabuzzino del bagno in fretta, camminando piegato. E mentre sul palco andavano spediti a concludere Moco era chiuso a libro sulla tazza con le lacrime agli occhi per lo sforzo, a svuotarsi come un sacco. La voce di Pierattini, nuda e sola, intonava già “Questa soma, che vien drieto sopra l'asino, è Sileno: così vecchio è ebbro e lieto, già..” e non c’era tempo che poi sarebbero dovuti tornare tutti insieme per salutare all’antica italiana, tenendosi per mano e inchinandosi al limite del palco. Moco aveva strappato il telo che era al posto della porta e si era pulito con quello “Non fatica non dolore! Ciò c’ha esser convien sia..”  si era rimesso la calzamaglia in ordine, il camicione a posto “..di doman..” la voce di Pierattini cadenzava le ultime parole “non c’è certezza” scandite, forte, e si spegneva sulle pareti del cinema teatro di Popiglio nello stesso momento in cui Moco tirava la catena e usciva dal cesso. In quell’istante, tra la chiusa dell’attore e l’applauso del pubblico, rimbombava forte fino in sala lo scroscio dello sciacquone, dilatandosi nell’interminabile frazione di silenzio.