venerdì 4 luglio 2014

La mattina del giorno in cui mio padre, a tarda sera, morì d'infarto

di Alessandro Giovannelli




Alessandro Giovannelli è un allievo della scorsa edizione del laboratorio di non fiction (e allievo della nuova edizione del corso biennale di scrittura): questo testo è un estratto dal suo lavoro finale, che è stato pubblicato in Granturismo, il numero 66 di Nuovi Argomenti.

Mio padre era Alessandro Del Piero. Io sono Alessandro Del Piero. Non c’è soltanto il nome che accumuna me ad ADP, o il fatto che abbia sognato più volte ADP vestito da partita aggirarsi per casa e interpretare in tutto e per tutto il ruolo di mio padre. Ci sono le coincidenze, le sofferenze, l’espiazione. L’ultima volta che ho sognato ADP, lui mangiava da solo in un ristorante in un piano alto di un edificio brutto, in mattoni rossi da periferia inglese. Un tavolino in penombra, proprio all’ingresso del ristorante. Aveva indosso un insolito maglione di cotone verde acqua, con lo scollo a V. Insolito perché non so da cosa venga fuori, anche se so bene che il maglione di cotone con lo scollo a V è la cosa che più mi piace indossare. Per il verde acqua, invece, non ho proprio appigli. Era buio, potevano essere le dieci e mezzo di sera. Del Piero mi vede e mi riconosce, ci abbracciamo tanto, come vecchi amici, come padre e figlio o padre e padre o figlio e figlio. Mi sveglio che piango.

L’estate del 2006 inizia il 10 di giugno nel pomeriggio e finisce il 15 a mezzanotte. Prima: l’esame di diritto internazionale, la racchetta da tennis Wilson modello Roger Federer regalata da mio padre e appoggiata sul letto di camera, Moggi in Rai che dice Mi avete rubato l’anima, la coppa dello Scudetto alzata con le maglie rosse. Dopo: la serie B.

Trascorsi quei giorni in un camper troppo grande per quattro persone, vedendo Italia-Ghana in una pizzeria di Mentone (chiedendomi poi per ore se Vincenzo Iaquinta fosse davvero il centravanti più forte che Lippi avesse portato ai Mondiali, che Toni e Gilardino non hanno quella corsa, che poi in realtà non era neanche centravanti, Iaquinta, ma forse più un esterno da 4-3-3), bisticciando per chi avesse finito l’acqua della doccia, chiamando Alice raramente. Adesso mi pento di quello che ho fatto in quei cinque giorni, perché tutto quello che accade prima della catastrofe causa la catastrofe, e voglio chiedervi scusa: Alice, scusa, Tommaso, scusa, l’acqua della doccia l’ho finita davvero io.

La mattina del 15 giugno, sulla strada del rientro, comprai «La Gazzetta dello Sport» e lessi che il nuovo allenatore della Juventus sarebbe stato Alberto Zaccheroni. Non era vero, ma non potevo saperlo. Volevo dirlo a mio padre, comunque. Lo chiamai in orario di lavoro, sul cellulare, almeno dieci volte, non rispose. Facemmo il bagno a Recco, in una pozza di mare verde blu scurissima e fredda.

Alberto Zaccheroni nel 2006 non era ancora l’allenatore riabilitato dalla seconda vita da commissario tecnico del Giappone; e non era certo più l’allenatore del miracolo Udinese e dello scudetto del Milan con Bierhoff capocannoniere. Era fermo da due stagioni, dopo un passaggio all’Inter pre Calciopoli, quindi disastroso. (Zaccheroni, dopo Udine e dopo lo scudetto col Milan della rimonta sulla Lazio, si era fatto esonerare da Berlusconi quasi al termine della stagione 2000-2001, poi aveva preso proprio la Lazio a campionato iniziato e l’aveva portata in Uefa, ma alla fine della stagione Cragnotti gli aveva preferito Mancini. Stessa scelta che farà due anni dopo Moratti, lasciando Zac a piedi alla fine del campionato 2003-2004.) Insomma, Zaccheroni era fermo ed era tanto che non suscitava più alcun entusiasmo.

Mi ricordo bene di aver letto quell’articolo quella mattina: ossia la mattina la cui sera sarebbe poi stata quella sera. Sono convinto, insomma, di aver letto «La Gazzetta dello Sport» che dava Zaccheroni sulla panchina della Juventus che avrebbe fatto la B dal settembre 2006 esattamente la mattina del 15 giugno 2006. A Recco, comprata in edicola e non letta in un bar.

Ma una ricerca mi dà un risultato diverso. Sul giornale del 15 giugno in effetti c’è un articolo che parla della Juventus (raramente, certo, «La Gazzetta dello Sport» non ha almeno un articolo sulla Juventus, anzi, potrebbe anche essere che da un numero di anni importante, mettiamo venti, ogni numero del«La Gazzetta dello Sport» abbia pubblicato almeno un articolo sulla Juventus), ma non direttamente dell’allenatore. Anzi, in merito, riporta proprio una dichiarazione di John Elkann, fresco presidente, all’uscita di quello che doveva essere stato un Cda numero zero del nuovo corso, all’interno di un articolo che principalmente rende noti gli assetti societari. Dice J.E.: «È un fatto positivo per noi che tanti candidati si stiano proponendo. Ma né Donadoni né Deschamps né Zaccheroni lo hanno fatto». Aggiunge il giornalista: «L'allenatore sarà comunque uno di questi tre». E sarà infatti Didier Deschamps. Quello che voglio dire, però, è questo: che per otto anni ho creduto di aver letto che Zaccheroni sarebbe stato il nuovo allenatore della Juventus la mattina del giorno in cui mio padre, a tarda sera, morì d’infarto a neanche cinquantaquattro anni, in bagno, con indosso credo forse solo poche cose e da gioco, si stava per fare una doccia, rientrando da una partita di calcio a sette (o a undici, non so) con degli amici o dei colleghi, ma non era vero. Quell’articolo, «La Gazzetta dello Sport» lo ha pubblicato il giorno prima, il 14 di giugno del 2006 e allora era quella la mattina in cui io cercavo mio padre per il solo puntiglio di dirgli Pronto, cercavo Zaccheroni, e farlo sorridere. Il 15 giugno, Zaccheroni era dato come papabile in una rosa di tre nomi: il giorno prima, quello in cui lessi «La Gazzetta dello Sport», a questo punto forse in un bar e non comprandola in edicola, aveva secondo il giornalista già firmato un biennale da un milione e mezzo di euro a stagione.

Devo averlo richiamato, allora, mio padre, per lo meno la sera del 14 giugno o addirittura nella giornata del 15, ma non mi ricordo, sedimentato come avevo, in questi otto anni, l’idea di una telefonata mancata nel suo ultimo giorno di vita.

Mi ricordo la sera del 15 giugno, a cena, prima di cena. Io stavo uscendo ma mangiai qualcosa a tavola, Andrea no, che doveva andare a giocare a pallone. Di Svezia-Paraguay mi ricordo le gambe di Ibrahimovic inquadrate nel riscaldamento prepartita e io che dico Eccolo, si riconosce subito e lui che ride e io che per scherzo gli tiro dei cazzotti sulle spalle1 in cucina. Il 15 giugno 2006, dunque, all’ottantanovesimo di Svezia-Paraguay, segna Fredrik Ljungberg, ventinovenne capitano della nazionale, in forza all’Arsenal, non nella sua stagione migliore in Premier, di testa, in corsa, su una torre di un compagno che aveva raccolto un cross dalla tre quarti destra. Festa grande degli svedesi sugli spalti, a Berlino, telecamere che indugiano su tutto quel giallo. Ibrahimovic era stato sostituito con Allbäck alla fine del primo tempo per un problema fisico. Mio padre era tornato in casa in quel momento, senza vedere il gol, presumo, era entrato in bagno e caduto a terra, o si era accasciato per il dolore al petto, o sdraiato tra il water e il bidet, felpa azzurra di Georgetown con il cane sul davanti che aveva regalato a me anni prima un cugino portandola dall’America, felpa azzurra su pavimento in piastrelle bianche quadrate su carnagione olivastra, progressivamente più bianca, immagino.

Del Piero contro il Ghana giocò otto minuti, poi ne nacque una polemica, sfociata in una litigata con un ragazzino del Duisburg in allenamento e nel suo autodefinirsi Achille che prima della battaglia aspetta in collina e guarda gli altri per studiarne le mosse e agire più efficace una volta sceso in campo, insomma un modo per dire che stava in panchina e non si sentiva escluso, ancora. Ma quella cosa di Achille forse era prima dell’esordio e degli otto minuti.

Alessandro Del Piero ha perso il padre quando aveva ventisette anni da compiere, io quando ne avevo già compiuti ventiquattro. I giornali parlarono di grave lutto.
Tutte le volte che lo sogno, Del Piero ha la stessa età indefinita e mi sembra sempre più grande di me. Lo sognai che mi aspettava sulle scale di casa, vestito da gioco, maglietta a strisce, calzoncini, calzettoni, parastinchi e fascia di capitano gialla e blu. Mi aspettava in cima ai quattro gradini di pietra serena, retti da una ringhiera in ferro battuto dipinta di rosso mattone scuro, io che arrivo dal vialetto coi sassi, lui enorme e fermo come una statua.

Al Mondiale del 2002 entra, a partita iniziata e compromessa, contro il Messico e di testa segna il gol decisivo per il passaggio del turno, su cross di Montella. Esulta di rabbia, indica il cielo con l’indice, ha dei baffi a gangster che non gli donano. Bruno Pizzul, in telecronaca, ripete tre volte Gol di Del Piero, poi dice «Proprio Del Piero, quello che non giocava mai».
Ma non era quello il punto, non era quello l’anno, il 2002, mi mancavano ancora quattro anni di università, quattro anni di rientri in macchina verso casa parlando di politica, di identificazione senza conflitto.

Mi ricordo la corsa sul vialetto di casa: prima un pezzo lastricato in pietra serena dai tagli irregolari e in leggera pendenza (scesi i quattro gradini) poi venti metri di sassi fino al cancello in ferro battutto, arricciolato e nero, fatto a mano dal padre di mia madre, Ortenzio con la z, fabbro comunista, in tutto e per tutto esemplare delle sorti della classe media italiana, compreso l’unico figlio maschio che sperpera e rovina l’accumulo di cinquant’anni di lavoro, ex mogli, donne e Volvo negli anni Ottanta.

Il 4 luglio 2006 l’estate era già finita da diciannove giorni, mio padre avrebbe avuto cinquattaquattro anni e due giorni appena, sarebbe stato in casa per lo meno dalle otto e mezzo di sera. Appena Gilardino, in area e di profilo alla porta, con i tedeschi addosso, gira a sinistra un pallone che si è portato diciamo dalla metà campo, correndo nel vuoto di una difesa sfilacciata dopo un passaggio di Perrotta che aveva ripreso palla scontrandosi con Cannavaro, che veniva da una cosa quasi incomprensibile, tipo un colpo di testa a spazzare nell’area (la sua) e un recupero di quella stessa palla dieci metri più avanti, prima che toccasse terra, dopo esser scivolato ed essersi rialzato, dopo il cannavaro! cannavaro! di Caressa, ecco, appena Gilardino in area di rigore e con i tedeschi tanti e tutti addosso gira la palla con quello che sembra un tacco e invece no, è una cosa ancora più difficile, un passaggio no-look da basket americano, ecco, io ero lì, arrivavo dalla fascia sinistra, il numero sette sulle spalle, niente baffi, capelli a zero, arrivavo e mi ricordavo tutti i gol sbagliati da quella posizione, la finale con la Francia ad Euro 2000, per esempio, però rimanevo in piedi, gli amici attorno, la mamma ancora scossa, tutti al mio capezzale perché in fondo ero quello ammalato, ero io la vittima, io il convalescente che dimagriva e mentre ero in piedi e fermo riesco a fare una cosa incredibile, ad impattare la palla con l’interno del destro senza smettere di correre e ad alzarla forte e secca verso il palo opposto, come i gol che facevo a vent’anni, ma senza tutta quella riflessione, senza morbidezza alcuna, i giri di parole, il dribbling. Esco scalzo, salto le scale in pietra serena, corro verso il cancello, ci sbatto contro, urlo sì cazzo, no cazzo, alzo una sdraio di plastica dura, di quelle da giardino, ripiegata, la spacco in terra, urlo no cazzo sì. È passata, è finita, arriva Perrotta, Gilardino, mia madre che piange, Marcello Lippi che si sistema il colletto della polo sudata, andiamo, è finita, Tommaso sulle scale in silenzio, i caroselli per le strade.

1. Un cazzotto, per la verità, ricordo di averlo tirato anche sul petto, altezza del cuore, certo, va bene, non ci voglio pensare.

domenica 22 giugno 2014

Dietro le quarte, o della pausa sigaretta di aspiranti editoriali


La sesta edizione del Lavoro editoriale è arrivata alla fine.
Questa è una piccola introduzione, un rullo di tamburi per la grande festa di fine corso: festeggeremo non solo la chiusura delle lezioni ma anche un progetto editoriale curato in tutto e per tutto dai nostri allievi. Si chiuderà un ciclo, si brinderà a qualcosa, si ascolterà buona musica, e si assisterà all'anteprima di un progetto sull'umana bellezza e sul disumano delirio del lavoro editoriale. 
Andate avanti a leggere e segnatevi data, luogo e ora. 




di La leva editoriale del 2014


Oggi pomeriggio ero in pausa sigaretta con Chiara, Claudia P., Mafalda e non ricordo chi altri, tutti un po’ sulle gambe data l’afa opprimente degli ultimi giorni. Più esattamente, io stavo a gambe divaricate in posizione aquagym, mentre gli altri si erano aggrappati a qualche stipite o a un incavo nel muro del vecchio palazzo Sur, provando a non caracollare. L’altro giorno Sara ci era pure svenuta, per le scale, e giù di acqua e zucchero. Rachele era seduta in tuta sul gradino e tutti insieme stavamo parlando di questo pezzo che sto scrivendo ora.
Facciamo pausa sigaretta tutti giorni alle cinque. È un po’ peggio delle sette quando si esce dalla redazione perché siamo già tutti stanchi dei tanti stimoli della giornata, ma non sufficientemente da voler salire nella mia macchina e tornare a San Lorenzo a bere birrini per dimenticare. Di norma le cinque di pomeriggio, se Rachele è di buon umore, è il momento in cui il nostro ego si è espanso in tutta la sua misura ed è pronto a sgonfiarsi, quindi si boccheggia e si aspetta che ci scenda la tensione. Lo stesso dispositivo – l’ego retrattile – può essere applicato alla durata del corso che abbiamo seguito quest’anno a minimum fax: forse si intuisce, ma la terza settimana di giugno non è un bel momento. A conferma della teoria, ecco spuntare Marco Cassini, che sornione ci chiede come stiano andando i nostri esami di maturità. Dopo aver risposto sagacemente allo scherzo, rimaniamo qualche altro minuto davanti a Sur, e continuiamo a fumare fissando un punto imprecisato dei Fori Imperiali. In questo ennesimo momento di grande solennità a cui a minimum fax ci hanno educati, mi dico che no, non se ne parla di scrivere un pezzo di fine corso in stile notte-prima-degli-esami, o peggio, in stile ultimi-giorni-di-gita-scolastica, non cadrò nel tranello come gli altri ex corsisti: parlerò di tutte le cose che abbiamo fatto negli ultimi mesi e ne illustrerò mirabilmente i risultati.

Ed eccoci. Vi lascerò intendere che molto, moltissimo andrebbe raccontato, oltre alle pause sigaretta al limite dello svenimento e della commozione, sottintendo che stiamo diventando dei professionisti, che siamo una squadra infallibile, che il nostro ego ha cambiato più volte forma e dimensione perché si sta modellando su un progetto, su delle idee e delle pratiche, ma tutte queste cose, temo, non possiamo spiegarvele giusto oggi, alla terza settimana di giugno, visto che abbiamo un sacco da lavorare, le ultime ore da corsisti stanno dando finalmente i frutti sperati, e pur sempre di ultime ore si tratta, con il meteo che è così ostile e suona la sua nota dolente.




Ebbene, il consiglio è quello di venirci a trovare sabato 28 giugno al Klamm, in via Antonio Raimondi, 59, a partire dalle 19, in un clima di gioiosa e accorata distensione. È la nostra festa post-esami, la nostra festa fine-della-gita, quindi si balla (il rock’n’roll), si beve insieme (la cedrata), ma si parla finalmente di lavoro editoriale, che è la cosa importante che abbiamo fatto tutti i giorni ossessivamente per più di quattro mesi e che ci ha portati a mettere in piedi questa cosa qui. Ve la presentiamo in anteprima; voi non mancate, siete tutti invitati. In alternativa, ci trovate ogni giorno alle cinque, ancora per un po’, a fumare contro i Fori Imperiali, in attesa che l’appello risuoni anche per noi.



mercoledì 14 maggio 2014

I consigli di lettura dei nostri docenti #2: Carola Susani

Sta per partire il nostro corso avanzato di scrittura Scrivere un libro: per l'occasione condividiamo i consigli di lettura dei docenti del corso.
Di seguito, quelli di Carola Susani (nel post precedente quelli di Cristiano de Majo).

Gita al faro di Virginia Woolf (1927) è una delle opere che fondano la letteratura contemporanea. Leggendo Gita al faro va prestata attenzione alla struttura che tematizza il tempo, ne fa uno dei protagonisti dell’opera; e a quello che succede al narratore in terza persona, a come si salvi frantumandosi.








L’urlo e il furore di William Faulkner (1929) è un romanzo polifonico a pannelli. Rivoluziona la forma del romanzo ottocentesco. La frantumazione dell’unità della voce narrante è portata a compimento, voci in prima con forte presenza del dialogato, voci in terza persona, si contrappongono togliendo agli n ogni ovvietà.






 

I racconti di Flannery O’Connor (del 1955 è la prima raccolta A Good Man is Hard to Find and Other Stories) sono un corpus imponente non nella mole ma nella potenza e nella fortuna. Per quel che ci riguarda, oltre che alla struttura dei racconti, presterei attenzione alla costruzione dei personaggi e al timbro narrativo. Qui non si tratta di innovazione della forma, ma di innovazione dentro una forma rispettata al millimetro.






Carola Susani è nata a Marostica (Vicenza) nel 1965. Nel 1995 è uscito il suo primo romanzo, Il libro di Teresa (Giunti), nel 1998 La terra dei dinosauri (Feltrinelli). Con Feltrinelli ha inoltre pubblicato i romanzi per ragazzi Il licantropo (2002) e Cola Pesce (2004). Nel 2005 per Gaffi è uscito Rospo, raccolta di due radiodrammi. Ha collaborato alla rivista di Palermo Perap e a Linea d’ombra, e fa parte della redazione di Nuovi Argomenti.
Nel 2006 minimum fax ha pubblicato la sua raccolta di racconti Pecore vive, finalista al Premio Strega 2007. Il suo ultimo romanzo è Eravamo bambini abbastanza (minimum fax 2012).
È la coordinatrice della nostra scuola di scrittura.

mercoledì 23 aprile 2014

I consigli di lettura dei nostri docenti #1:
Cristiano de Majo


 
Gli anelli di Saturno di W. G. Sebald (Adelphi) perché è un libro in cui si sprofonda e a cui mi sono abbandonato senza opporre resistenze ed è inoltre il libro che rileggo più spesso in questo periodo. Ma anche perché è la dimostrazione più lampante di quanto la letteratura non si debba per forza di cose fare coincidere con il romanzo.
 
 
 
 
 
 

Verso Betlemme di Joan Didion (Il Saggiatore) perché insegna come scrivere pezzi giornalistici con un punto di vista personalissimo e uno stile suadente.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Mistero napoletano di Ermanno Rea (Einaudi) perché, sbagliando, non lo abbiamo mai utilizzato per il corso di non fiction e dall'anno prossimo dobbiamo rifarci: è un libro bellissimo, che ti tira dentro, con il suo perfetto equilibrio tra storie individuali e Storia con la s maiuscola.
 
 
 
 
 
 
 
 
Cristiano de Majo (1975, Napoli) è autore di tre libri tra cui il romanzo Vita e morte di un giovane impostore scritta da me, il suo migliore amico (Ponte alle Grazie 2010). 
Per minimum fax ha scritto, insieme a Fabio Viola, Italia 2, viaggio nel paese che abbiamo inventato; suoi racconti sono compresi nelle antologie Voi siete qui e Best off 2005.
Ha lavorato come editor e consulente editoriale e attualmente scrive sulle pagine culturali di Repubblica e su Rivista Studio. 
Insieme a Christian Raimo è docente dal 2011 del corso di literary non fiction e con Carola Susani, Giordano Meacci e Francesco Pacifico, del corso avanzato di scrittura Scrivere un libro.

martedì 8 aprile 2014

Il giornalismo culturale: scrivere di sport e di musica

di Francesco Pacifico




Continuiamo a presentarvi gli ospiti del corso di giornalismo culturale: Daniele Manusia e Valerio Mattioli si occuperanno, rispettivamente, della lezione sul giornalismo sportivo e di quella sulla musica.
(Qui trovate il precedente post dedicato a Nicola Lagioia, Francesco Longo e Tiziana Lo Porto.)


Daniele Manusia vive e lavora a Roma. Cura la rubrica di calcio Stili di Gioco per il sito di VICE ed è vicedirettore di Ultimo Uomo. Ha collaborato con Nuovi Argomenti, GQ, Orwell, Studio, IL. È autore di Cantona. Come è diventato leggenda (Add editore).
La rubrica Stili di gioco di Daniele Manusia, nata su minimaetmoralia e proseguita su Vice, è uno degli esempi più importanti del nuovo giornalismo calcistico italiano. Insieme a Tim Small porta avanti Ultimo Uomo, dove scrive pezzi approfonditi sui calciatori e gli allenatori. Odia i tifosi, compresi quelli della Roma. È il futuro del calcio italiano; è odiato e amato.



Lukaku e la tradizione della punta di peso
Due settimane fa contro il Newcastle, una partita monstre di Lukaku (figlio di un ex calciatore che lo scorso anno ha avuto problemi con la legge per aver rinchiuso la propria amante nel portabagagli; Romelu ha un fratello minore, Jordan, centrocampista, in Nazionale Under 21) che ha segnato due gol e realizzato l'assist per quello di Barkley. L'allenatore spagnolo Roberto Martinez ne ha lodato la capacità di collegare i reparti e di posizionarsi “dove fa veramente male”, lo ha definito a tratti unplayable. Jamie Carragher che commentava la partita invece ha detto: “Giocatori come Lukaku sono la ragione per cui ho smesso di giocare.” Sabato ho visto la partita tra Everton e Manchester City insieme a due amici, in un pub irlandese vuoto, all'ora di pranzo. Naturalmente ho parlato della mia passione per Lukaku e del concetto di “dominanza”. Mentre uno dei due mi ha ricordato che, per quanto possa individualmente essere forte un giocatore di questo tipo, quasi nessuna squadra moderna lo schiererebbe, che è sorpassato; l'altro ha sviluppato una teoria sul fatto che, anche se di giocatori di questo tipo ce ne sono ancora (in campo ad esempio c'era Yaya Touré, e io sono un grande fan di Fellaini), ci sono sempre meno attaccanti di peso. La sua teoria è questa: quando è stata introdotta la regola del retropassaggio (1992) i portieri non avevano la tecnica per far ripartire l'azione da vicino come facevano con le mani ed erano costretti a lanciare lungo, sulla torre appunto. Adesso però persino il Sassuolo comincia l'azione palla a terra dalla difesa e l'attaccante per vincere il duello aereo a metà campo non è più necessario. (Il mio sogno è guardare partite solo con gente in grado di formulare simili teorie).


Su Francesco Totti
Il mio rapporto da tifoso con Totti è sempre stato all’insegna dell’ambiguità. Sono nato nel 1981 e mio padre è laziale, non avevo nessuno che mi portasse allo stadio da piccolo e se la Roma era nata grande (o se lo era stata nella prima metà degli anni ottanta come mio zio materno raccontava) io non lo potevo ricordare. La prima Roma di cui ho piena coscienza è quella che ho seguito durante gli ultimi anni del liceo. Quella dello scudetto laziale del 2000 e, solo tre giorni dopo, dell’addio di Giuseppe Giannini con l’aereo passato sopra l’Olimpico con la scritta “Lazio Campione” e il saluto amaro al Principe finito in invasione di campo e le porte e il manto erboso distrutti come per dire che basta, il calcio era finito, in questo stadio, in questa città, non ha più senso giocare.


Stili di gioco: Brera spiegato al popolo
Anche se si parla di Brera solo per i neologismi e i nomignoli che affibbiava a calciatori e allenatori, e per l’uso del dialetto in pezzi di cronaca sportiva, ancora oggi, a quasi vent’anni esatti dalla sua morte, è ai suoi articoli che torno quando mi chiedo come è giusto scrivere di calcio.
Tra sessant’anni qualcuno avrà interesse a farsi la tessera della biblioteca e leggersi, in sala emeroteca, la prima pagina della Gazzetta dello Sport il giorno dopo la finale di Champions League, con quel titolo senza sensoDrogba d’Europa? Mettiamo anche che ci sarà un’applicazione per questo, qualcuno scaricherà il pezzo di Paolo Condò sulla finale? Eppure, se leggo la cronaca di Brera di un derby Inter-Milan del lontano ’49 (mio padre aveva 8 anni) finito 6-5 (ripubblicato nella raccolta Il più bel gioco del mondo, come gli altri pezzi che citerò), non solo riesco a capire cosa è successo, arrivando a farmi un’idea di giocatori che non ho mai visto in azione, ma la trovo una lettura interessante.


Stili di gioco: solo un capitano
Quanto è lontana la Roma degli anni Settanta da quella a cavallo del secolo, e quanto è lontano Di Bartolomei, e il senso di decadenza storica di cui parla, da quei romani che si tatuano colossei e gladiatori (Totti ne ha uno anche sulla fascetta da capitano), dalla retorica imperiale riattualizzata in quel “The King of Rome Is Not Dead” che è diventato lo slogan di Totti? La biografia sul sito francescototti.com è divisa in capitoli come: “L’uomo che diverrà leggenda”; “Indomito condottiero”, “Per la Gloria di Roma” e la sua nascita è descritta con l’enfasi degna di un profeta nelle sacre scritture: “Anno 1976. La città eterna, culla dell’Impero che dominò il mondo, contempla la nascita di una splendente stella, incarnazione di talento, tenacia e umanità: è Francesco Totti, colui che di Roma diverrà figlio prediletto, simbolo ed eroe”. E così è stato. Se Roma ha assegnato a Di Bartolomei il ruolo di fratello maggiore tormentato, Totti è stato all’inizio (e in parte resterà per sempre) Il Pupone, il figlio prediletto cui si perdona tutto e da cui, alla soglia dei trent’anni, ci si aspetta quasi che cominci a far miracoli. Per Totti più che di “ottavo Re di Roma” (o nono, decimo, visto a quanti prima di lui è stata assegnata la corona) si dovrebbe parlare di una specie di Papa laico a cui vengono messi in braccio i bambini per strada. Quando Totti, la cui disponibilità nei confronti del popolo romano è una delle qualità più apprezzate, si è presentato alla cena di Natale della squadra lo scorso dicembre, al museo Maxxi, i bambini a caccia di autografi erano tutti intorno a Lamela (forse perché più vicino a loro di età). A sbarrargli la strada fu un disabile e, subito dopo, una di quelle arzille vecchiette romane che di recente finiscono su Youtube. Totti piegato a parlare con uno sconosciuto sulla sedia a rotelle, Totti che cammina sotto braccio con un’anziana uscita di casa in pantofole.


Mildred cuore di mamma 
Le lunghe inquadrature di Mildred che assiste all’esibizione di Veda sul palco dell’opera lirica sono inquietanti per il modo in cui la madre sembri voler mangiare con gli occhi la propria figlia. Il personaggio di Mildred mostra i limiti della mentalità working class, storicamente rimpiazzata da quella di una società cinica e individualista, E Kate Winslet è bravissima a rendere una donna forte e un po’ ottusa che fino all’ultimo, anche dopo che a causa di Veda ha perso tutto quello che aveva costruito, non trova niente di meglio da dirle che: «Vieni dentro, c’è tanta roba da mangiare».


Un incontro Takeshi Kitano

Siamo in un ufficio all’ottavo piano con vista sul centro di Parigi e Kitano risponde alle domande di un gruppetto di colleghi italiani. Dice che la sua forse non si può neanche definire arte. “Sono mie creazioni, questo sì, ma arte forse non è la parola giusta”. Qualcuno insiste sulla distanza tra le atmosfere malinconiche e i silenzi dei suoi film e la rumorosità gioiosa della sua arte, e lui risponde che è come manovrare due marionette diverse, una per il cinema un’altra per la televisione e la pittura. Sul tavolo davanti a sé ha delle fialette di collirio e un asciugamano viola arrotolato in un piattino. A causa del famoso incidente ha la parte destra del viso paralizzata, batte un solo occhio mentre con l’altro ho l’impressione mi stia fissando. A me, con i capelli giallognoli e un completo scuro senza cravatta, sembra più il personaggio di uno dei suoi film di yakuza che un comico o un artista gioioso. Me ne sto andando sicuro del fatto mio, quando per salutarlo gli allungo la mano e lui si inchina. Allora mi inchino a mia volta ma a quel punto è lui che allunga la mano per stringermela. I presenti ridono, abbiamo fatto uno sketch, e anche Kitano ride, con solo metà della bocca.


Valerio Mattioli è una colonna portante di Vice Italia e di XL di Repubblica. Esperto ricapitolatore della storia della musica italiana e delle sottoculture, è il saputo e sapiente umarel della Casilina che sta a guardare, e nell’oscurità a manipolare, ciò che avviene nella scena underground romana.

Stefano Tamburini, borgataro post-punk
Tamburini in fondo era prima di tutto un borgataro, figlio di ferroviere e abituale frequentatore di quella wasteland spirituale che è la periferia romana, la stessa a cui per abitudine assocereste l’aggettivo “pasoliniano”. Mi viene da pensare a una cosa scritta da Emi Fontana, che del fondatore di Frigidaire fu la moglie: “Le sue fonti di ispirazione preferite erano sul sessanta e il cinquantasei notturni, nelle strade semideserte delle sterminate periferie romane di Centocelle e Prenestino,” e a me—che da adolescente a Centocelle ci vivevo e tuttora non è che mi sia spostato di molto—più che una coincidenza è sempre sembrata una conferma e assieme un motivo di inconfessata identificazione. Stefano Tamburini era senz’altro un artista molto romano, da tanti punti di vista: provava un’adulazione incondizionata per Mario Schifano e la vecchia scuola di piazza del Popolo, e coi vari Tano Festa e Franco Angeli condivideva, oltre che la consuetudine con la siringa, il rapporto osmotico con un’Urbe intrinsecamente marginale, antiromantica, molesta; e poi era l’erede di un percorso che riportava indietro ad Aldo Piromalli, ad Alberto Grifi, a Victor Cavallo, in sostanza a quell’underground capitolino il cui ultimo esito sarà il Nico d’Alessandria di L’imperatore di Roma, storia di tossici uscita un anno dopo la morte di Tamburini stesso e sorta di Accattone coi coatti in motorino al posto dei ragazzi di vita, il chiodo al posto delle canotte, i sintetizzatori al posto di Bach.

Lou Reed (e Metallica): l'intervista ai tempi di Lulu
Al secondo piano del Claridge’s (il classico albergo da aristocrazia londinese) sembra che tutti siano in attesa di un’udienza: i volti sono tirati manco in fondo al corridoio li aspettasse il papa, le espressioni dei convenuti oscillano tra l’apprensivo e il preoccupato, e le conversazioni languono in una formalità che sa di tensione lontano un chilometro. Per la miseria, dico io, è solo un’intervista. Ma l’inviato di Der Spiegel che mi accompagna a prendere un caffè, è categorico: “Ho intervistato Lou Reed una volta, qualche anno fa”, racconta. “È stato orribile. Mi ha insultato e trattato di merda dall’inizio alla fine. Che razza di esperienza…”


Le ragazze del Piper: in ricordo di Giancarlo Bornigia
Prima che Vanzina ci facesse un film, prima di diventare il soggetto di una fiction per Canale 5, e prima che le Poste Italiane gli dedicassero un’apposita cartolina, il Piper fu il tempio dell’Italia yé-yé. Era il 1965: due amici benestanti e ancora affamati di Dolce Vita – Giancarlo Bornigia e Alberico Crocetta – decidono di aprire a Roma un locale ispirato ai club che negli stessi anni andavano affollando la Swingin’ London dei Beatles, di Twiggy e della minigonna. Lo decorarono con un po’ di opere prese dal meglio della pop art italiana e internazionale – da Mario Schifano ad Andy Warhol – e chiamarono a suonarci le prime formazioni beat. Fu un successo immenso. Frequentato tanto da VIP quanto da un tipo di giovani letteralmente inedito per l’Italia del periodo, il Piper fu un fenomeno a cui si dedicarono sociologi, intellettuali, politici e analisti del costume.


Guida a Roma Est
Come sanno amici e parenti, vivo a Roma più o meno da quando sono nato. Per la precisione, ho passato praticamente tutta la mia esistenza tra via Casilina e via Prenestina, nel quadrante orientale della città. Quando ero piccolo stavamo in un quartiere di periferia, Torre Maura, talmente negletto che quando succedeva qualche fatto di cronaca i giornalisti ne sbagliavano continuamente il nome. “Omicidio a Centocelle”, strillava Il Messaggero: peccato che il quartiere di Centocelle distasse più o meno tre chilometri. D’altra parte, quando qualcosa succedeva veramente a Centocelle, per i giornalisti diventava Tor Pignattara (cinque chilometri). Se poi ammazzavano qualcuno a Tor Pignattara, ecco che sul giornale diventava “in zona Prenestina”. La via Prenestina a sua volta diventava via Tiburtina. E così via.

The weird side of Paul McCartney
Affermare che esista anche un McCartney sperimentale (come implicitamente lascia intendere Ian Peel) è forse troppo, e in fondo fu proprio Paul a ribadire con un proverbiale moto d’orgoglio che le sue non solo erano Silly Love Songs, ma soprattutto che what’s wrong with that?. Però sarebbe stato interessante se l’uomo di Yesterday avesse veramente dato seguito al suo proposito, risalente agli anni 60, di pubblicare un intero album d’avanguardia intitolato Paul McCartney Goes Too Far. Certo, fu lo stesso Paul a raccontare come infine andarono le cose: «Ci pensai, considerai il tutto e mi dissi: no, meglio se mi metto a scrivere Hey Jude». Tutto sommato non è andata male.

Franco Battiato: "Contro il mondo. Contro la morte"
A Catania fa caldo anche se è ottobre inoltrato. Non è un caso che a Zafferana Etnea, un paese vicino a dove abita Franco Battiato, ogni domenica del mese si celebri una festa chiamata “Ottobrata” dove ci si incontra, si mangia e si beve fino a tarda sera. Sono circa 45 minuti da Catania se non si trova traffico, un luogo magico dove la vegetazione è rigogliosa, un luogo dove Battiato ama ritirarsi in perfetta solitudine. Siamo a Milo, alle pendici dell’Etna. Sopra di noi, il vulcano sbuffa placido annerendo il cielo coi suoi fumi millenari. La villa è discreta. Anzi, non sembra nemmeno una villa perché non si presenta imponente: dalla strada si vede solo una porta. Non aspettatevi ingressi faraonici e interni sfarzosi: anche qui Battiato ha amato giocare di sottrazione.
Da un piccolo cortile si accede immediatamente a una stanza dove il primo elemento di arredo che appare è un pianoforte. Battiato ci accoglie e ci fa accomodare. È vestito con eleganza semplice: una camicia bianca, una giacca, un paio di pantaloni blu a cui fanno da contrasto le scarpe “Masai” a cui è rimasto fedele dal nostro incontro di tre anni fa (allora erano di moda, adesso non più ma lui le usa esclusivamente per le loro doti salutari).

venerdì 14 marzo 2014

Il giornalismo culturale

 di Francesco Pacifico

(The New York Times, 1942)

Vi presento alcuni degli scrittori e giornalisti che verranno a parlare al corso di Giornalismo Culturale.
Il corso ha un approccio decisamente pratico: vi faremo parlare con chi scrive su giornali riviste e blog culturali, e con chi li fa. Entrambe le categorie sono attrezzate per rispondere alla domanda: quanto pagano? E tutti gli invitati hanno una storia, un percorso non casuale: il giornalismo culturale non ha l’equivalente dei bestseller per saltare le tappe della formazione. Ognuno degli invitati ha alle spalle anni di gavetta e frustrazione, e il giornalismo culturale non è materia da reality, da competizione isterica. È un mondo dove si compete, sì, per i pochi posti liberi, per l’attenzione, per le differenze ideologiche, per le antipatie personali, per l’invidia, ma non si impara niente se non si riconosce che c’è qualcuno che lo sa fare e che da qualcuno si può imparare. Anche se quel che scrive non ci piace, anche se non siamo d’accordo, anche se ci manda a comprare libri che non sono nelle nostre corde.
Ho invitato un po’ di giornalisti che stimo. Chi conosce i nomi in questione sa che non ho invitato tutto l’arco costituzionale, ma menti affini, con cui collaboro da tempo. Credo non sia un limite: sono tutte persone competenti e che sanno cose che voi umani.
Oggi ne presento tre: Nicola Lagioia, Francesco Longo, Tiziana Lo Porto.


Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rèpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori). Dirige nichel, la collana di narrativa italiana di minimum fax. È una delle voci di Pagina3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Scrive per diversi quotidiani, settimanali e riviste, tra cui Lo Straniero, Repubblica, Orwell, Il Venerdì di Repubblica, Repubblica XL. Nel 2013 è uno dei selezionatori della Mostra del Cinema di Venezia. 
Lagioia parlerà con noi del lavoro intellettuale nel suo complesso: come si interviene nella vita culturale lavorandoci a vario titolo, dalla selezione e conduzione della rassegna stampa di Pagina 3 alla radio all’animazione del blog minimaetmoralia, dagli interventi scritti sullo stato della cultura ai pezzi su Freak Antoni.

L’arte del racconto – tradizione e innovazioni, da J.D. Salinger ad Alice Munro
La mole di un romanzo annacquerebbe per forza di cose, fino a estinguerne gli effetti, il dialogo segreto tra gli elementi che fanno brillare di luce propria le short stories. Questo uno dei motivi per cui il racconto non è un sottogenere né una riduzione in scala delle grandi narrazioni, ma una delle forme più interessanti in cui è dato di incarnarsi alla letteratura d’invenzione. Si tratta, in definitiva, di un contenitore pressoché unico per l’organizzazione del pensiero. Ho prima parlato di tensostruttura. Ma l’idea che forse meglio ne riassume il funzionamento è quella del modello atomico. Se i romanzi sono grandi cattedrali nelle quali ci aggiriamo alla ricerca di un punto d’equilibrio (“il centro segreto”, come lo definisce Pamuk), le particelle elementari di un racconto sono ognuna responsabile dell’equilibrio dell’altra. (leggi tutto)


La Grande Bellezza: un piccolo Gatsby
Ecco allora a inizio film la stessa ma proprio la stessa epigrafe di Céline che da ragazzi ricopiavamo sul diario del liceo (“Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica…”) Ecco Toni Servillo che interpreta Toni Servillo che interpreta Jep Gambardella. Ecco il povero Roberto Herlitzka costretto a rifare un brutto se stesso nei panni di un cardinale con la fissa della gastronomia (è pur sempre il grande attore di teatro prestato al cinema per come lo immaginerebbe la moglie di un qualunque sindaco di Roma in area PD non dopo averlo visto effettivamente recitare a teatro ma dopo averne letto un’intervista su «Io Donna» e sulla base di questa aver modificato la percezione teatrale effettivamente consumata all’Argentina). (leggi tutto)

Simone Weil, “La persona e il sacro”
L’esempio portato dalla Weil è quello del ladruncolo semianalfabeta che balbetta intimidito davanti al giudice, il quale, seduto comodo sopra il suo scranno, è pronto a colpirlo col maglio di una legge consustanziale al mondo che l’ha portato a errare. Se le vittime della violenza – anche di quella istituzionalizzata – non hanno voce, a propria volta, quasi immancabilmente, “i professionisti della parola sono del tutto incapaci di dargli espressione” dal momento che i loro privilegi (i gerani della sovrastruttura) si fondano sullo stesso potere che è l’origine della violenza. Quando il ceto intellettuale sta difendendo pubblicamente gli ultimi, non sta forse, nove volte su dieci, lottando per ribadire la propria forza? (leggi tutto)

Rogitare anziché investire in cultura a Roma (e altrove). La miseria dei privati ricchi.
Ma io mi chiedo anche: e i privati di peso? I grandi imprenditori? Quelli che potrebbero investire capitali importanti? I romani benestanti o facoltosi, insomma, quelli che hanno sempre disertato, che si lamentano di continuo dei mancati primati culturali della città ma poi preferiscono rogitare anziché investire? Giulio Einaudi era il figlio del Presidente della Repubblica e Giangiacomo Feltrinelli proveniva da una delle famiglie più ricche d’Europa. Il senso di colpa del benessere e il complesso della cultura un tempo facevano miracoli. Possibile che la grande borghesia romana, il generone e i progressisti pieni di immobili intestati o ereditati, i vecchi e nuovi ricchi minimamente sensibili e alfabetizzati siano così gretti, così privi di orgoglio e di ambizione, amino così male la propria città e ritengano di doverle così poco da non mettere la mano al portafogli per dare vita a una scena editoriale e culturale più ambiziosa? (leggi tutto)
 
Non ai tea party né ai radical chic: Minervini, Pallaoro e gli altri
La cosa stupefacente, guardando le pellicole di questi registi nati e formatisi in Italia prima di trasferirsi altrove (Minervini a Houston, Pallaoro in California, Pasolini da tempo in Inghilterra) o coltivare il vizio di immergersi in altre culture (Cremonini scrisse Private, il film sul conflitto israelo-palestinese che Saverio Costanzo non poté portare all’Oscar perché non era recitato in italiano) è che in nessuna delle loro inquadrature troverete quelle chiassate da strapaese bisognoso di continue gite a Chiasso, quel politically correct che è la foglia di fico della sinistra più baronale, quegli inutili avvitamenti di chi crede che una ben difesa marginalità supplisca alla mancanza di talento – sognando Lynch e Cassavetes, ovvio, ma poi dimenticando che il primo, quando ci fu da esordire con Eraserhead, all’attesa-pretesa di un contributo MIBAC preferì impegnarsi la casa – colpevoli di dotare l’apprezzamento estetico (“bello quel film…”) di una costante e odiosa sordina d.o.p. (“…per essere italiano”). (leggi tutto)

Trent’anni di “Siberia”
Così, contro ogni logica, dalla porta girevole di un luogo che i critici musicali ancora si ostinano a chiamare Firenze (mentre è ovvio, col beneficio della distanza si deve più razionalmente parlare di un varco spaziotemporale aperto su una Manchester simile a quella che aveva visto la nascita di Unknown Pleasures ma di fatto mai esistita, di una Berlino simile a quella di Low e tuttavia anch’essa frutto di fantasia, di una Mosca e di una Pietroburgo saltati a pié pari per andarsi a rifugiare sotto il freddo manto del più vero e immaginario tra i deserti europei) venne fuori questa cosa oscura, misteriosa, magnetica, incomprensibile, struggente, che con il tempo ci siamo educati a chiamare Siberia. (leggi tutto)

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C. de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. È redattore di Nuovi Argomenti. Longo ha una dote rara in Italia: quando recensisce un romanzo, riesce anche in poche righe a farci capire come è scritto. Mettendo da sempre un gusto intransigente per la scrittura e la letteratura al di sopra di ogni esigenza civile o intellettuale, Longo usa la lingua dei romanzi che recensisce per farla sentire al lettore. Preferisce questo metodo alla più comune usanza del recensore italiano, sia quello popolare che quello intellettuale, di chiedere che un libro lo si legga sulla fiducia, perché ha i temi giusti o le atmosfere giuste. Ecco qualche esempio delle sue recensioni, insieme ad alcuni pezzi di viaggio in cui si mette sulle tracce dei suoi miti letterari, da Agassi a Cape Cod.

L’esordio interrotto di Giovanna De Angelis
Come i grandi scrittori, Giovanna De Angelis non scorda mai di dirci come sono il cielo, il vento e la luce («c’era un cielo bianco, di gesso», «c’era un vento pungente che le gonfiava i capelli», «dormono smarriti in quella luce blu. Poi arriverà un nuovo scatto e le strade si divideranno, ciascuno ritroverà i suoi passi da mettere in fila e il mattino tornerà lattiginoso e opaco, come qualsiasi altro mattino di febbraio»). (leggi tutto)

Il battello di Melville e la scialuppa di Crane
A bordo della scialuppa ci sono un capitano, un macchinista, un giornalista e un cuoco. Tra loro nasce un’amicizia speciale: «Sarebbe difficile descrivere il sottile legame che si era stabilito tra quegli uomini in mare». Le onde sono spaventose, in alto il sole si sposta nel cielo con indifferenza. Arrivano inevitabilmente dei gabbiani – uno dei quali «aveva assunto la forma di un tetro e raccapricciante presagio» – e poi si affaccia anche un albatros. (leggi tutto)

La Parigi del Roland Garros
Come tutta Parigi, anche il Roland Garros è un monumento a se stesso. Così come tutta Parigi è immobilizzata in un eterno Settecento, con aree verdi con l’aria di parchi termali per bocciofili, anche qui non si aspettano nuove stelle della racchetta, perché la nostalgia pervade tutto. Al Roland Garros si celebra solo il passato, gli amanti del tennis preferiscono visitare il Museo interno piuttosto che squagliarsi al sole delle partite d’oggi. Pare dunque che per il tennis siano più vitali i nuovi campionati in Oriente (come gli eccentrici e visionari tornei di Doha o Dubai), con pubblico multietnico e le scolaresche di bambini filippini che sgranano gli occhi, mangiano pizza e hot-dog sugli spalti e tornano a casa felici. Qui invece, il tennis non è uno sport da appassionati ma da geologi del costume, da amanti del déjà vu, e comunque nessuno va via senza un oggetto da collezione: cravatte e gemelli firmati, tazze e tazzine, ombrelli, t-shirt e taccuini col mitico logo. Il Roland Garros è un amabile fossile in una città col cuore di pietra. (leggi tutto)

Il mito di Cape Cod
Per il New England, Cape Cod è il corrispettivo di Palm Springs per i californiani, l’altro posto in cui, avrebbe detto Thoreau, è possibile «gettarsi tutta l’America dietro le spalle». Entrambi sono luoghi del desiderio. Uno selvaggio (Cape Cod), l’altro consacrato al riposo assoluto (Palm Springs). Entrambi sono: decadenza e indolenza. Bret Easton Ellis faceva dire ad Anne: «è così talmente invitante nuotare e stare distesi accanto alla piscina, sbronzarsi o fare una qualsiasi delle innumerevoli cose decadenti che uno fa a Palm Springs». Per Stuart Nadler: «A Bluepoint non c’è molto altro da fare se non starsene seduti in veranda, o in giardino, o in spiaggia, al sole, con un libro e un bicchiere di tè freddo o una radio che trasmette la partita dei Red Sox – da ascoltare stesi su un’amaca». (leggi tutto)


I ♥ polpettoni – Il fascino irresistibile dei polpettoni letterari
«Prima che fosse finito il concerto, era sicuro che quella fosse la sola fanciulla che avrebbe sposato». Oppure: «Il vento primaverile, piovoso e lugubre, giungeva da luoghi paurosi e gridava intorno alla casa come un uomo che piange il suo amore». Ci si arrende, ciclicamente, al fascino irresistibile dei polpettoni letterari. (leggi tutto)

Mica tanto Open
Per arrivare a casa di Andre Agassi bisogna percorrere Las Vegas Boulevard verso sud fino a quando le quattro corsie di Tropicana Avenue non la tagliano perpendicolarmente. Proseguendo verso est lungo Tropicana, prima che l’asfalto evapori in un vacillante miraggio metropolitano, si incontra la fermata del bus 201a. Il biglietto si fa a bordo: andare da Agassi costa due dollari. Ma adesso, due ragazze coi bikini bianchi stanno giocando a Beer pong. Saltellano alle estremità di un tavolo rettangolare su cui hanno schierato una decina di bicchieri di birra riempiti a metà. Lanciano a turno una pallina. Fanno centro, sbagliano, sorridono. Come tutti, sono immerso nella piscina dell’hotel e fa talmente caldo che nessuno pensa a nuotare, al massimo ci si può passare una mano bagnata tra i capelli. Le foglie delle palme si solleticano altissime, i grattacieli ondeggiano nell’afa del primo pomeriggio, una cascata artificiale si tuffa oltre i lettini. Qualcuno in aereo mi ha chiesto perché tornare a Las Vegas se c’ero già stato. (leggi tutto)


Tiziana Lo Porto è nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per D, La Repubblica e Orwell. Ha tradotto, tra gli altri, Evita lo specchio e non guardare quando tiri la catena e Seduto sul bordo del letto mi finisco una birra nel buio di Charles Bukowski (minimum fax, 2002), Radicalchic di Tom Wolfe (Castelvecchi, 2005), La classe di François Bégaudeau (Einaudi Stile Libero, 2008) e In stato di ebbrezza di James Franco (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta ha pubblicato il graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011). 
Tiziana Lo Porto ha iniziato prestissimo a scrivere di libri e di qualunque cosa fa la sera o nel weekend o in viaggio. Sa da sempre come si convince una redazione a lasciarci scrivere di ciò che amiamo. In qualunque città si trovi, sta sicuramente andando a parlare con un regista di cui ha appena visto un film, e sicuramente non ha chiesto agli uffici stampa il contatto ma l’ha direttamente pedinato. Va a teatro, ne scrive, va al cinema, ne scrive, va al balletto, ne scrive, legge un libro, ne scrive. Vive in un mondo parallelo in cui è già tre mesi avanti e sa cosa faremo fra tre mesi: un vantaggio incredibile se si scrive per i periodici.

Intervista a Breat Eston Ellis
Dice: “Col sesso c’hai a che fare tutti i giorni. È parte di chi sei. Sei costretto a pensarci sempre. Che ci puoi fare?” Poi spiega che i suoi personaggi, più che da ossessioni, sono affetti dalla mania di controllo. “Essere maniaci del controllo significa non permettere che succeda niente. Mentre scrivevo la sceneggiatura di The Canyons mi sono ritrovato a pensare che c’è un momento in cui devi lasciare andare, non puoi cercare di controllare tutto per sempre, non funziona. Di fatto in parte è un film su di me”. (leggi tutto)

Da Dickinson a Dylan, e viceversa
La visita dura un’ora e mezzo e prevede un tour della casa di famiglia di Emily e dell’adiacente Evergreens, residenza del fratello Austin e di sua moglie Susan. La guida è un distinto signore sulla sessantina. Sulla camicia ha una targhetta con scritto il nome Alan e il cognome Dickinson. Uno dopo l’altro noi visitatori a turno gli chiederemo: parente? E lui risponderà: Sì, lontano. Parco in dettagli su di sé tanto quanto generoso in quelli sui propri avi. Alan Dickinson ha almeno una storia per ogni stanza di ognuna delle due case, ogni tanto legge qualche verso, ci parla dei progetti di restauro della casa museo, si dilunga felicemente sulle vicende editoriali della lontana antenata e sulla faida scatenata dalla relazione adulterina tra il fratello Austin e Mabel Loomis Todd, che mai in vita incontrò Emily e delle cui poesie diventò la prima editor (faida che è al centro della bella biografia di Lyndall Gordon Come un fucile carico. La vita di Emily Dickinson, Fazi Editore). (leggi tutto)

García Lorca in New York
Di Poeta a New York oggi Patti Smith dice: “Dentro c’è la bellezza, e l’avarizia, le cose che lo terrorizzavano, quelle che l’ossessionavano, quelle che lo disgustavano. Ed è un vero libro americano. Un piccolo libro scritto da un poeta che nel proprio paese non aveva nessuna libertà e che in America sentì di potersi esprimere, regalandoci una visione unica e speciale di New York e di quegli anni. Dopo New York tornò in Spagna, tornò a Granada, e tornò da persona politicamente scomoda e con una consapevolezza sessuale impopolare in Spagna, come dappertutto in quegli anni. Ma lui andò comunque. Venne arrestato, portato su un campo, e fucilato. Il corpo venne gettato in una fossa comune. È così che hanno trattato uno dei più grandi poeti di ogni tempo”. (leggi tutto)

Lunga vita alle graphic novel!
Nell’83 Toffolo frequentava la scuola Zio Feninger, imparando per esempio da Magnus che “una storia si può fare quando conosci la fine”. Negli anni ha insegnato anche lui fumetto, ha scritto e disegnato un albo che si chiama Lezioni di fumetto, ne ha scritto e disegnato un altro che viene da sospettare sia per molti adolescenti tutto quello che sanno su Pasolini, e che citando Uccellacci e uccellini dice: “I maestri sono fatti per essere mangiati”. http://www.minimaetmoralia.it/wp/intervista-harmony-korine-spring-breakers/ “Lo spring break per esempio mi interessava come fenomeno già da un po’. Ritagliavo foto e le raccoglievo. Foto scattate in Florida, foto di ragazzi e ragazze che in quei pochi giorni di vacanza danno di matto, fanno cose strane, fanno sesso sulla spiaggia, esagerano con droghe e alcool e tutto, vivono il divertimento in modo selvaggio ed esasperato. Di lì m’è venuta l’idea che avrei potuto usare lo spring break come metafora per raccontare qualcos’altro. Sono partito da un’immagine di un gruppo di ragazze in spiaggia in bikini che si diverte e ho iniziato a lavorare d’immaginazione costruendoci sopra una storia”. (leggi tutto)

lunedì 10 febbraio 2014

Paola Tusa intervista Ilide Carmignani







Paola Tusa si è laureata all’Università degli Studi La Sapienza di Roma in Traduzione Letteraria e Tecnico-scientifica, e l’amore per lo studio delle lingue straniere l’ha portata nel Regno Unito e in Francia, dove ha avuto modo di approfondire le sue conoscenze. Dopo una breve carriera da freelance ha incontrato un gruppo di giovani traduttori con cui è nata una solida amicizia e un progetto coraggioso, Melt Traduzioni, un’agenzia che in poco tempo si è specializzata nei campi della traduzione audiovisiva, multimediale e editoriale, lavorando a progetti molto impegnativi. All’interno di Melt Paola si occupa, oltre che di traduzione audiovisiva e editoriale, anche della gestione dei social media e del blog. Nel 2012 ha frequentato il corso Il lavoro editoriale di minimum fax.

Intervista a Ilide Carmignani*

Ilide Carmignani è nata e vive in Toscana. Da più di venticinque anni svolge attività di consulenza, editing e traduzione dallo spagnolo per le maggiori case editrici italiane. Fra gli autori tradotti: M. T. Andruetto, R. Bolaño J. L. Borges, L. Cernuda, R. Fogwill, C. Fuentes, A. Grandes, G. García Márquez, P. Neruda, J. C. Onetti, O. Paz, L. Sepúlveda. Ha tenuto corsi e seminari di traduzione letteraria presso università italiane e straniere. Nel 2000, ha vinto il I Premio di Traduzione Letteraria dell’Instituto Cervantes. Dallo stesso anno cura gli eventi sulla traduzione editoriale per la Fiera del Libro di Torino (l’AutoreInvisibile). Dal 2003 organizza, insieme al prof. S. Arduini, le Giornate della Traduzione Letteraria presso l’Università di Urbino. Dal 2006 coordina gli incontri del Pisa Book Festival Translation Centre. Nel 2008 è stata eletta socio onorario dall’AITI – Associazione Italiana Traduttori e Interpreti. Ha pubblicato Gli autori invisibili. Incontri sulla traduzione letteraria, Besa 2008.

A settembre si è tenuta la decima edizione delle «Giornate della Traduzione Letteraria», unico appuntamento in Italia, oltre a «l’AutoreInvisibile» di Torino, per incontrarsi e confrontarsi tra colleghi su temi anche di grande attualità: com’è cambiato nel tempo questo appuntamento, e cosa le piacerebbe aggiungere o modificare?
Le prime edizioni delle Giornate sono state una specie di avventura: si trattava in qualche modo di tracciare una mappa del mestiere, di indagarne la geografia e la storia, soprattutto presente, e di individuarne i protagonisti, oscuri, abituati da sempre al silenzio, per poi convincerli a prendere la parola, a esplicitare e condividere le loro conoscenze. Non appena si è delineato un orizzonte –  il nostro orizzonte: non da traduttologi, non da linguisti, non da studiosi di letteratura, ma da traduttori letterari – tutti sono stati felici di venire, di incontrare finalmente, dopo tanta solitudine, i colleghi.
In questi dieci anni abbiamo cercato di operare pioneristicamente su molti fronti, gettando sempre lo sguardo oltre le nostre frontiere, grazie anche ad associazioni internazionali come Fitlit e Ceatl. Abbiamo lavorato sul piano professionale, analizzando e discutendo le pratiche editoriali, e sul piano della formazione permanente, offrendo seminari e conferenze di colleghi illustri, di scrittori come Luis Sepúlveda e Daniel Pennac, di studiosi come Umberto Eco, Eugene Nida, Susan Bassnett, Edwin Gentzler. Abbiamo coinvolto le istituzioni attraverso il MIBAC e la Casa delle Traduzioni delle Biblioteche di Roma, che oltre a patrocinarci hanno contribuito alla pubblicazione di tre volumi di atti. Abbiamo istituito due premi, il Premio Fedrigoni, che viene concesso a traduttori letterari per l’insieme della loro attività o a personaggi del mondo culturale che si sono contraddistinti per il loro impegno a favore della traduzione, e il Premio Harlequin Mondadori, che consente anche a esordienti di cimentarsi con la traduzione del romanzo rosa. Ci siamo, infine, impegnati per una maggiore visibilità culturale delle tematiche della traduzione, invitando giornalisti delle principali testate nazionali, oltre a Radio Rai 3, che è media partner della manifestazione.
Non so su quale strada ci avvieremo domani, la traduzione mi appare sempre più spesso un territorio sconfinato, proprio per la sua natura ibrida, che intreccia in un particolarissimo métissage aspetti professionali, editoriali, accademici, culturali, economici, etici… È molto difficile selezionare i temi degli incontri per l’imbarazzo della scelta. E temo che in futuro lo sarà ancora di più: oggi il traduttore lavora non di rado anche come revisore, se non addirittura come agente, ma le vaste possibilità offerte del digitale fanno pensare a funzioni ancor più trasversali. Dovremo abituarci all’idea di approfondire, per esempio, il discorso dei traduttori-editori, perché i Dragomanni sono ormai realtà.

Nel suo libro Gli Autori Invisibili. Incontri sulla traduzione letteraria (Besa, 2008) ha raccolto interviste a traduttori, scrittori e editori italiani per dar voce ai traduttori editoriali, il cui ruolo è tanto fondamentale quanto misconosciuto. Suppongo che anche le «Giornate della Traduzione Letteraria» nascano dalla stessa esigenza: come ha fatto a farle partire, all’inizio? E pensa che l’attenzione nei confronti del ruolo del traduttore sia cresciuta in questi anni?
Sì, quel libro è nato proprio dal bisogno di conoscere e ascoltare i più importanti traduttori letterari italiani. Confesso che ho sofferto a lungo la solitudine del traduttore, non la solitudine legata al tu per tu quotidiano con il testo – quella è una solitudine solo apparente perché condivisa con la voce dello scrittore, è un dialogo fitto, una compagnia affascinante, un piacere quotidiano – ma la solitudine legata all’assoluta mancanza di occasioni d’incontro, di scambio, di crescita, con gli altri traduttori, e di momenti di riflessione con le varie componenti del mondo dell’editoria e della cultura a partire dalla propria identità professionale. Credo che l’identità professionale di molti traduttori sia rimasta fragile anche per questo lungo isolamento, questo lungo silenzio, questa lunga invisibilità prima di tutto davanti a sé stessi, mentre la traduzione letteraria  richiede un insieme così vasto e vario di saperi e competenze, una sensibilità, un senso di responsabilità, direi persino un orgoglio, che solo una forte e coltivata consapevolezza del proprio compito può dare. È stato proprio il desiderio di lenire questa solitudine la molla primaria che mi ha portato a immaginare manifestazioni italiane simili a quelle che avevo conosciuto all’estero, come la Summer School del British Centre for Literary Translation o le Jornadas en torno a la traducción literaria della Casa del Traductor di Spagna. Così nel 2001, grazie a Ernesto Ferrero, direttore del Salone del Libro di Torino, sono nati gli incontri dell’AutoreInvisibile (la prossima edizione, la tredicesima, sarà il 16-20 maggio 2013); nel 2003, grazie alla collaborazione con Stefano Arduini, le Giornate della traduzione letteraria, e nel 2006, grazie a Lucia Della Porta, gli incontri sulla traduzione editoriale del Pisa Book Festival (la prossima edizione si terrà il 23-25 novembre 2012). È stato semplice mettere in piedi le manifestazioni, è bastato parlarsi, forse era già tutto nell’aria. A posteriori direi che era inevitabile che l’attenzione per la traduzione e i traduttori crescesse: viviamo in un mondo sempre più globalizzato e siamo quindi più predisposti a cogliere l’importanza, e anche il fascino, di un mestiere che si esercita in bilico su una frontiera.

Oltre che organizzatrice, lei è anche una delle più quotate traduttrici dallo spagnolo in Italia: ha tradotto autori come Bolaño, Borges, Fuentes, Márquez, Neruda e Sepúlveda. Che rapporto ha con gli autori viventi?
Un tempo ero molto in ansia a ogni incontro con uno scrittore e ancora oggi mi sento estremamente responsabile nei suoi confronti, consapevole che una cattiva traduzione può distruggere qualsiasi capolavoro, ma a dire il vero ho sempre trovato gratitudine e, più spesso di quanto non si creda, un certo bisogno di conferma. Sarà che il traduttore vede lo scrittore nudo… La lentezza implacabile del lavoro di mediazione strappa ogni velo. In generale posso dire che ho ottimi rapporti con gli scrittori: sono sempre pronti a rispondere ai miei dubbi di traduzione. Un dialogo consente di capire meglio il testo e quindi di dare una traduzione migliore (anche se non bisogna confondere l’autore con il testo) e poi, banalmente, la stima dello scrittore concede al traduttore un certo potere contrattuale nei confronti della casa editrice. Nei casi in cui la chimica funziona, c’è anche una speciale felicità nel lavoro quotidiano. Così come c’è un vuoto, una specie di nostalgia, quando si intuisce che la chimica avrebbe funzionato ma lo scrittore purtroppo non c’è più.

Prima di arrivare ai grandi nomi avrà dovuto fare un po’ di gavetta: ci racconta dei suoi primi passi nel mondo della traduzione?
Ho iniziato, molto audacemente, a ventitré anni traducendo dei poemi in prosa di Luis Cernuda per un professore universitario che voleva pubblicare un volumetto ma non intendeva perdere tempo con la traduzione. Ricordo che per allettarmi disse: «Ti affido anche le note che fanno titolo nei concorsi». Ancora oggi, benché l’università abbia aperto le porte a questo tipo di formazione, è cambiato poco o niente, tanto è vero che la traduzione letteraria la insegnano i linguisti. In seguito, frequentando un Ph.D. alla Brown University, negli Stati Uniti, ho seguito uno special course con un grande traduttore, oltre che studioso, Alan Trueblood, e al ritorno ho presentato alcune proposte di traduzione a case editrici di Milano. È andata bene e da allora non ho più smesso di tradurre. Ho avuto tanta fortuna e poi all’epoca gli editori erano quasi allibiti che volessi fare la traduttrice di mestiere. I colleghi più anziani erano tutti traduttori per caso.

Che rapporto ha con i suoi revisori? E quando è lei, se le capita, a dover fare una revisione?
Credo che il revisore sia una figura fondamentale per un traduttore. Ce ne sono molti bravissimi, come Francesca Erba di Adelphi, di cui mi fido più che di me stessa. A volte invece il ricorso a collaboratori esterni occasionali, pagati molto poco e pressati da mille consegne, può esporre il traduttore a sgradevoli sorprese… Bisogna sempre leggere le bozze, anche a costo di passarci la notte perché c’è fretta. Quanto al rivedere io, sinceramente preferisco tradurre. È un compito molto difficile: il revisore, come spiega Renata Colorni negli Autori invisibili, è tenuto a una doppia fedeltà, allo scrittore e al traduttore, e quindi anche a una doppia oblatività. Bisogna essere elastici, sottili, capaci di lavorare negli interstizi, e molto generosi.

Ci sono dei traduttori o delle traduzioni che ha amato particolarmente nel corso delle sue letture, e che vorrebbe consigliare a chi ci legge?
Mi piacciono molto, moltissimo, le traduzioni di Susanna Basso. Tutte.

Che consigli si sente di dare ai neolaureati che intendano intraprendere il suo stesso percorso?
Di pensarci bene perché è una strada tutta in salita, ma se proprio sono decisi a percorrerla, di leggere e scrivere più che possono e – come dice Alberto Rollo, direttore letterario di Feltrinelli, nel terzo volume di atti delle Giornate – di avere sempre una grandissima curiosità.

(Paola Tusa, novembre 2012, Meltinblog)

* Nel 2013 Ilide Carmignani ha vinto il Premio Nazionale per la Traduzione.