Perché è così difficile scrivere di un lutto? Che differenze ci sono tra
un manuale e un romanzo toccante? Perché Gramellini no e Joan Didion
sì?
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| Joan Didion with her late husband, John Gregory Dunne, and daughter,
Quintana Roo, in Malibu, California, 1976. Photograph: John Bryson/Time
Life Pictures/Getty Images |
Una riflessione di
Cristiano de Majo sulla
letteratura sul dolore, alimentata anche dal dibattito con gli allievi del laboratorio sulla
literary non fiction.
[Cristiano de Majo vive a Napoli. Il suo ultimo libro è il romanzo Vita e morte di un giovane impostore scritta da me, il suo migliore amico (Ponte alle Grazie).
Oltre al laboratorio sulla literary non fiction (di cui è responsabile con Christian Raimo), curerà a ottobre il corso Le particelle elementari insieme a Francesco Pacifico.
Per Rivista Studio cura la rubrica Maledette bandelle da cui è tratto questo articolo.]
Molti memoir, molte autobiografie, molti racconti sul dolore
firmati da autori italiani sono usciti negli ultimi mesi. Spesso, e lo
dico non solo a titolo personale ma presumendo di interpretare un
sentimento diffuso tra i cosiddetti lettori forti appassionati di cose
letterarie, sono libri che abbiamo visto solo in tv, ma non abbiamo
letto per una forma di pregiudizio o di preveggenza. Per esempio, il
libro di Battista sulla morte della moglie, il libro di Amurri
sull’incidente che lo ha costretto su una sedia a rotelle per sempre, il
libro di Ervas sul viaggio in moto di un padre con un figlio autistico,
il libro di Nicoletti sul figlio autistico, il libro autobiografico di
Frascella sugli attacchi di panico, dulcis in fundo il libro di
Gramellini sulla madre, e altri, molti altri ancora; grandi successi
commerciali e tentativi andati a vuoto di parlare a un pubblico ampio,
rarissimamente però sostenuti da un’idea forte di letteratura.
Un articolo di Simonetta Fiori uscito sulla
Repubblica
del 31 marzo scorso registrava la tendenza con una lista folta ma
comunque incompleta di titoli, soffermandosi soprattutto sugli aspetti
moralmente discutibili di queste operazioni editoriali: il racconto del
dolore (la morte, la malattia) come gallina dalle uova d’oro per case
editrici prive di scrupoli, la conseguente rinuncia al pudore a
imitazione del costume televisivo. Nello stesso articolo, poi, veniva
correttamente fatto notare che «altrove l’editoria del dolore esiste da
sempre» e che «in America la tendenza è in auge da tempo, nella chiave
molto pragmatica del “dai, possiamo farcela”».
Il “dai possiamo farcela” è senz’altro una categoria da tenere in
considerazione. Ma bisognerebbe completare il quadro, perché se è vero
che editoria americana e anglosassone producono grandi quantità di
libri-testimonianza senza alcun valore letterario, è altrettanto vero
che in quella lingua vengono scritti memoir e autobiografie che sono
pietre miliari della letteratura mondiale e che il dibattito sulla fame
di realtà, innescato dall’omonimo libro dell’americano David Shields,
che ormai finisco per citare un pezzo sì e uno no, è uno dei più
interessanti e vivi contributi alla teoria letteraria degli ultimi anni.
Proprio sulla scorta di quel libro, si potrebbe obiettare ai facili
moralismi che il proliferare di racconti sul dolore, più che
corrispondere a cinismo editoriale, risponde a un’esigenza di lettori e
autori sempre meno disposti a credere nei romanzi. Ma il problema semmai
è un altro.
Ho la fortuna di tenere insieme a Christian Raimo per il secondo anno
consecutivo un
corso di scrittura sulla non fiction (termine
chiaramente di comodo che sarebbe più preciso sostituire con non
romanzesca), la cui prima lezione si è svolta il mese scorso. Oggetto di
quella prima lezione: raccontare la malattia, con la lettura e
l’analisi di alcuni esempi tra loro molto diversi (fiction,
memorialistica, giornalismo, saggistica pura). Tra gli altri, abbiamo
letto qualche pagina di
Tutti i bambini tranne uno, il resoconto commovente e tostissimo di Philippe Forest sulla morte per tumore alle ossa della figlia di quattro anni e
A parte il cancro tutto bene, testimonianza del giornalista di
Repubblica
Corrado Sannucci della sua lotta contro la malattia, un tipico “dai
possiamo farcela”, che si legge con una strana sensazione al pensiero
che successivamente alla pubblicazione Sannucci sia morto.
Osservazione di una corsista attenta dopo la lettura di quattro
cinque pagine del libro di Sannucci: «C’è un uso insistito di metafore
sportive». È proprio così ed è bastato leggere in parallelo un piccolo
pezzo dei due libri, prendendo in esame due momenti molto simili – la
scoperta della malattia – per accorgersi di una differenza enorme. Il
libro di Sannucci è un racconto auto-ironico, esorcizzante e ricco di
volontà di guarire che, a partire dal packaging, si rivolge al lettore
con un messaggio abbastanza preciso che è: questo libro ti può aiutare.
Al contrario il libro di Forest, palesemente privo di scopi e di
messaggi, è soltanto il resoconto di una delle più violente tragedie che
possano capitare a un uomo, ed è un resoconto che non offre risposte,
semmai descrive realisticamente i tentativi andati a vuoto di trovare
delle risposte, ma soprattutto è un resoconto che trasforma il dolore in
una ricerca di bellezza. Come? Modellando l’esperienza con lo scalpello
dello stile. Così Forest non si limita a offrire il suo dolore allo
sguardo altrui affinché se ne traggano degli insegnamenti, ma fa in modo
che lo sguardo diventi immedesimazione completa. Insomma, la stessa
differenza che passa tra un manuale (e sia detto con tutto il rispetto
per Sannucci) e la letteratura.
Allora, se raccontare il dolore è un’operazione che non può essere
valutata moralmente a priori, forse il problema è che Italia ci sono
molti manuali e pochissima bellezza. In quanto a bellezza, per esempio,
mi vengono in mente due libri autobiografici che ho letto abbastanza di
recente,
La vita oscena di Aldo Nove e
Dopo il lampo bianco
di Silvio Bernelli, che sono due libri a mio parere non riusciti o non
completamente convincenti, ma che comunque hanno il pregio di essere due
tra i rari tentativi italiani di affrancare la letteratura
dell’esperienza dalla manualistica. Poi ci sono le pericolose vie di
mezzo. Quel genere di libri presentati dai lettori come capolavori senza
mezzi termini, ma che puzzano di manuale.
Vengo così al tentativo di suicidio letterario che ho messo in atto
in questi giorni, un po’ a causa del corso, un po’ per quella che
considero una eticamente doverosa verifica dei pregiudizi nei confronti
del best seller, di cui spessissimo presumo male: leggere
Fai bei sogni,
il memoir di super-successo di Massimo Gramellini. Ed eccomi di fronte
al peggio di quello che mi aspettavo. Un libro con un materiale
potenzialmente molto forte, la morte in circostanze misteriose di una
madre, scritto con uno stile molto poco convincente. Prima con il goffo
tentativo di Gramellini di imitare la voce di un se stesso decenne in
un’atmosfera che sta tra i film di Alvaro Vitali e quella nostalgia
calcistico-televisiva che ha visto proprio Fabio Fazio tra i suoi
massimi propugnatori. Poi con l’altrettanto goffa trasformazione da
decenne secchione a uomo maledetto che fa soffrire le donne. Infine con
il colpo di scena a effetto, e finalmente pertinente alla materia del
racconto, che arriva quasi a conclusione del libro e che finisce per
palesare un mostruoso malinteso della costruzione narrativa.
Pensate poi che Gramellini, in una delle tirature successive alla
prima, ha deciso (o non ha evitato) di inserire un capitolo in cui
racconta degli effetti benefici del libro in questione sui suoi lettori,
manifestando a chiare lettere l’idea che il suo libro sia aiuto e
medicina per il prossimo (cioè l’idea manualistica dell’esperienza) e,
non contento, e qui è il caso di dirlo, senza alcune senso del pudore,
ha allegato una serie di paginate con i commenti lasciati da alcuni di
questi lettori sui social network, tra cui spiccavano per
esempio: Grazie. Dopo aver letto il libro spero di diventare una mamma
migliore. Oppure: Superbo e commovente. È un libro introspettivo come
pochi se ne sono letti. O ancora: Solo: grazie Massimo.
Ora l’effetto per me è stato il seguente: questi lettori, che io
avrei voluto rispettare, capire, ma lo sforzo a quel punto era veramente
troppo, li avrei contattati uno per uno. Avrei voluto avere le loro
mail per scrivergli:
sapete? La letteratura non serve a niente. Non è
una riabilitazione, e neanche una fisioterapia. Piuttosto, cercate la
bellezza. Leggete un libro di Joan Didion.