giovedì 31 ottobre 2013

Le interviste sui libri nascosti #2


Seconda puntata delle nostre interviste sui libri nascosti. Questa volta Giorgio Vasta ci racconta un romanzo, e anche un po' il mondo. Come al solito, vi sfidiamo a scoprire l'autore e il titolo del libro e a mandare le vostre soluzioni nei commenti, oppure su twitter (#librinascosti) o su facebook. Buona lettura!


Tu non vuoi stare lì dentro

Un'intervista di Ondina Chirizzi e Assunta Martinese a Giorgio Vasta.


Innanzitutto, sappiamo che ci si aspetta da noi questa domanda, quindi: come mai hai scelto proprio questo libro?

Perché penso che la discussione che lo ha accompagnato quando è uscito, nel 2010, sia stata ingiustamente molto ridotta rispetto a quello che un libro di questo genere merita.  Lo trovo molto interessante, credo che abbia una straordinaria qualità di lingua e di sguardo e quindi, se esiste l'occasione per tornare a parlarne, la si coglie.


Nel libro. le due figure principali sono un padre e un figlio che agiscono rispetto al prossimo in maniera speculare. Il padre ha rinunciato in origine a qualsiasi desiderio di piacere e sente invece il dovere di educare e istruire chiunque gli stia intorno (e l'Italia intera). Per contrasto il figlio avverte come unico dovere quello di essere amato per mezzo delle risate che suscita...

Mi viene in mente una canzone di Giorgio Gaber, la cui prima parte si intitolava I padri miei e la seconda I padri tuoi.  Entrambe le parti sono segnate da una certa acredine, ma c'è una maggiore disponibilità nei confronti dei primi, i padri della generazione di Gaber. Quelli che hanno dalla loro una sobrietà, una dignità, o addirittura quella gravitas latina che li rende quasi figure di di antiquariato antropologico perché la costellazione di principi a cui si ispirano e fanno riferimento sembra non avere più a che fare con nulla. I padri tuoi, invece, sono i padri giovani degli anni '70, che cercano o meglio implorano l'amicizia dei figli e che sostanzialmente falliscono in pieno nel loro ruolo.
In questo romanzo l’autore recupera queste categorie, queste macrofigure, raccontandone però la storia e il legame all'ombra di un ombrello potentissimo che è il codice televisivo e tutto quello che l'immaginario televisivo ha determinato in Italia dall'inizio.
La cosa molto bella è che questo libro è quasi un manuale di storia della televisione disciolto in forma narrativa.


Più avanti nel libro, quando il figlio si ripropone come padre nei confronti della terza generazione, diventa chiaro che nemmeno l’approccio amichevole, basato sulla complicità,  determina una relazione felice, tutt’altro...

Se questa fosse una catena, l'anello critico sarebbe quello centrale. Tutto sommato il padre del narratore protagonista nonché il figlio di quest’ultimo hanno caratteristiche e posizioni tradizionali. Il nipote non è una continuazione fisiologica del figlio. Tende, anzi, ad assomigliare più al nonno.
L'elemento critico, quello che non trasmette, che si dimette dal proprio ruolo, è il protagonista, il narratore, e questa cosa secondo me è interessantissima.
La voce di questo narratore, raffinatissima, iperconsapevole, ha come elemento connotativo quello che secondo me fa la grandezza di questo romanzo: un qualcosa di stridulo, di tremulo. Il narratore non riesce mai a tenere il tono. Inteso non come limite del romanzo ma come suo punto di forza. È profondamente disperato, come se fosse il versante ridicolo del tragico.
La disperazione del figlio che vuole piacere a tutti a partire da un fatto casuale da bambino, è la tentazione di ognuno di noi nel momento in cui lasciamo indietro l'essere umano a vantaggio dell'essere televisivo.

Sempre riguardo alla lingua, il romanzo si muove secondo noi su tre linee, su tre piani linguistici molto diversi. C'è questa sorta di lingua originale che è il dialetto, dove ancora i nomi sono la cosa che nominano; c'è il piano che usa il figlio, che è quello della battutaccia facile e che è totalmente avulso da qualsiasi realtà, e c'è la lingua della narrazione, dove l’enfasi crea un effetto straniante, uno scollamento rispetto alla materia del racconto che genera un fortissimo disagio...

All'interno di questo romanzo il dialetto, senza venire messo sul piedistallo, riconosciuto per quelle che sono le sue caratteristiche, rappresenta un po’ l'origine e il punto di maggiore consistenza di una dignità che nel corso del tempo si va disperdendo.

Sembra anche che sia la lingua in cui si dice solo il necessario.

Certo. È come se fosse immanente, come se avesse una referenzialità nitida, riconoscibile, condivisibile. Ci due cose che mi colpiscono di questa storia.  Da un lato come viene presentata la figura di Silvio Berlusconi, ossia come l'editor, il riformatore, il riformulatore di un'intera esperienza linguistica, e dall'altro lato lo scollamento di cui parlavamo prima: siamo di fronte a una lingua enfatica che tratta un materiale ridicolo. Nell'interstizio, che alcune volte in realtà è un pallone, uno spazio enorme, tra la confezione epica della descrizione e il ridicolo dell'oggetto che si descrive risiede il cambiamento dei tempi.

Torniamo al desiderio di piacere del figlio, e alla scoperta casuale del modo di soddisfarlo. A un certo punto il gioco gli sfugge di mano, con un esito tragico. C’è un parallelismo con quello che nel Tempo Materiale succede a Morana?

Il collegamento c'è, nel senso che in entrambi i casi c'è la scoperta del fatto che la crudeltà e la curiosità nei confronti del male ci appartengono e non sono il limite, la caratteristica negativa del cattivo: appartengono agli esseri umani.
La differenza sta però nel fatto che nel caso di Il tempo materiale tutto quello che riguarda Morana svolge una funzione pedagogica, fa parte di un addestramento. A Morana viene negato qualunque livello di esistenza creaturale, biografica, storica. Il ragazzino di questo romanzo è invece molto più ‘personaggio’, nel senso che ha un livello di esistenza tale per cui ci si può, se anche non fino in fondo, rammaricare per il fatto di avere in qualche modo contribuito a determinare la sua tragedia.

In realtà lui si riprende abbastanza in fretta. Quando viene a sapere della tragedia del compagno, subisce uno shock e cade dal palco sul quale si stava esibendo e si ferisce gravemente a un ginocchio. Ma continua a ripetere “L'ho fatto apposta, ridete! Perché non ridete?”

Il non volere stabilire la connessione è sintomatico di un atteggiamento che riguarda gli anni ’80 e la cultura nella quale questo personaggio vive immerso.
Non è che scompaiono determinate esperienze, non scompare il male, non scompare il dolore, non scompare la morte, però è come se si volesse liquidare la consapevolezza delle estreme conseguenze. Tutto quello che accade, accade fino a un certo punto. È una specie di amnesia insieme individuale e collettiva.

È come se non avessimo più nemmeno bisogno di scuse o giustificazioni ideologiche. Sembra che la crudeltà, che negli anni Settanta aveva avuto bisogno di legittimazioni ideologiche, giuste o sbagliate, da un certo momento in poi abbia cominciato a esistere di per sé...

Quello che è interessante è che sparisce un'esperienza, sparisce un comportamento che ancora fino a un ceto punto era stato significativo, così significativo da diventare centrale all'interno di molte narrazioni. Sparisce tutta quella che è la fisiologia del pentimento.
Del resto, pentirsi significa riconoscere i torti commessi e assumersene la responsabilità; espellere il pentimento significa non raggiungere mai quella fase, continuare a pensare che tutto sia preterintenzionale, che accada al di là delle proprie azioni.

Un’ultima domanda. Ne Il tempo materiale tu ti scagli molto decisamente contro l’ironia, già all’inizio del romanzo, credo addirittura nel primo capitolo. Cosa ti ha fatto apprezzare un libro che invece è completamente costruito sull'ironia, sulle parole che non significano quello che dovrebbero significare?

Intanto va fatta valere una distinzione: da parte mia non c'è una preclusione o un’insofferenza nei confronti dell'ironico come mondo, come registro, come stile. Quello che mi interessa è quello a cui l’ironico può servire e l'impressione che ho è che molte volte esso sia come la ruota del criceto: gira su se stesso ed è funzionale a quel non produrre conseguenze di cui si diceva prima.
Se l’ironia riesce ad essere un dispositivo che svela, che rivela, penso che essa sia straordinariamente utile. Nel libro in questione l'ironia è un'ironia che, coerentemente con la voce che veniva descritta prima, tremula, persino stridula in alcuni momenti, non è gradevole. Il personaggio che narra questa storia non è un personaggio al quale noi possiamo volere profondamente bene. Abbiamo nei suoi confronti un senso di pena, nella migliore delle ipotesi di compassione, e ci rendiamo conto che chi racconta la storia (mi riferisco all’autore, non al narratore) sta facendo un uso strategico dell'ironia, ne sta reclutando il versante sgradevole.
Questa ironia è tutto tranne che auto-assolutoria, rassicurante, confortevole. Tu non vuoi stare lì dentro.

Proviamo più simpatia nei confronti del padre, della sua sobrietà, che nei confronti di questo figlio, costretto in una specie di rictus, quel mezzo sorriso che è la mimica facciale standard che la maggior parte del discorso televisivo è in grado di produrre in noi. È come se venissimo scolpiti, come se venissimo pietrificati in quella forma.
Questo personaggio può esistere al meglio delle sue aspettative, può costruire un Eden, solo nel momento in cui a questo rictus corrisponde un rictus omologo, analogo, in tutti quelli che gli sono di fronte. Però questo (indica la copertina del libro) è il telespettatore e dietro il telespettatore, alcune volte molto indietro, fino all'oblio, ci sarebbe ancora quello che per tanto tempo e ancora adesso chiamiamo essere umano. In realtà siamo già da un'altra parte.

Va bene. grazie :) (convenevoli)



mercoledì 2 ottobre 2013

Per solutori più che abili: le interviste sui libri nascosti #1

Verso la fine della quinta edizione del Lavoro editoriale abbiamo proposto ai corsisti di intervistare alcuni docenti, ospiti e scrittori per farli parlare di un libro minimum fax. Non un libro scritto da loro, ma un libro che avevano particolarmente amato.
Sono nate, così, delle chiacchierate interessanti che vi proporremo qui a partire da questa prima a Paolo Cognetti. E, dato che ci piacciono i giochi, abbiamo pensato che dovrete essere voi a scoprire quale libro e quale autore abbiano scelto i nostri intervistati. Vi va di provare? Postate le vostre soluzioni qui nei commenti, oppure su twitter (#librinascosti) o su facebook.



Prendere i nostri tempi sulle spalle

Un'intervista di Andrea Molinari, Rocco Fischetti Pietro De Vivo
a Paolo Cognetti 





Foto di Laura Marchiori.


Ciao Paolo. Per iniziare questa intervista potremmo partire dalla più classica delle domande: come mai hai scelto questo libro e non un altro? All'interno del catalogo minimum fax possiede un significato particolare per te? Quando lo hai letto, e cosa ti ha lasciato?

******** è la raccolta d'esordio di *********, forse il miglior scrittore di racconti della sua generazione (accanto ad altri tipi schivi come George Saunders e Peter Orner: per qualche motivo chi scrive racconti ama poco i riflettori, di solito preferisce andare a pescare).
Ha pubblicato solo due raccolte in una ventina d'anni e anche questo me lo fa apprezzare: ho grande rispetto per chi si rifiuta di stare dietro ai tempi del mercato, vuol dire che bada a scrivere cose belle. E le sue sono davvero belle. Racconti lunghi che mi ricordano un po' quelli di Andre Dubus e Tobias Wolff. Io l'ho conosciuto qualche anno fa, l'ho accompagnato in un giro per Milano. Mi ha lasciato il ricordo di un uomo speciale.


 C'è un racconto, o un personaggio specifico, che ti è rimasto particolarmente impresso? Un episodio che secondo te si staglia più vividamente sugli altri?

Il ragazzino del primo racconto: un dodicenne che ha perso il padre in guerra, e per raccogliere qualche soldo accompagna a casa gli amici della madre quando si ubriacano alle feste. La coppia di ********: un marinaio in congedo che tira su una giovane benzinaia con l'idea di portarsela a letto, ma poi scopre di aver raccolto una malata terminale e invece di scaricarla la accompagna nel suo ultimo viaggio. Sono storie che parlano di incontri e di perdite. E poi di malattia mentale e ossessione religiosa. E poi di famiglie, soprattutto di padri e figli maschi.


Sia in Sofia che nella raccolta di racconti che hai scelto si avverte con forza un senso di spaesamento e di disagio di fronte alla tragedia, ma soprattutto alla normale vita di tutti i giorni. In un momento di crisi sociale – prima ancora che economica – come quello che stiamo vivendo, si può parlare dello stesso spaesamento e dello stesso disagio? Sono ancora assolutamente attuali? Bisogna forse ricalibrare il tiro?

Io non credo molto alla questione dell'attualità: i tempi che corrono fanno solo da scenografia alle buone storie, non intaccano la loro verità. Detto questo la crisi, lo spaesamento, la perdita delle radici sono da sempre i temi della letteratura americana, da Hemingway a Carver a David Foster Wallace hanno tutti scritto di gente smarrita, perché qualcosa nel loro mondo è cambiato o perso per sempre e non si può più vivere come prima, bisogna capire di nuovo come si fa, inventarselo da zero.
******** è uno che prende questi temi di petto. Scrittore di incontri e di perdite, di dubbi, angosce, rimorsi, di vagabondaggi che quasi mai arrivano da qualche parte, se non a un po' di condivisione, a volte minima a volte lacerante, con un'altra persona.


Qual è secondo te (se c’è) il limite di questa raccolta di racconti? E se c’è, tu in che modo avresti fatto diversamente?

Non saprei. Come per una ragazza che ami molto, va a finire che il suo naso un po' storto, le sue orecchie a sventola fanno parte delle cose che ti piacciono di lei.


Nella raccolta – come pure in Sofia – c'è più di un esempio di coppia allo sbando. Che diversità di sguardo riscontri tra la tua scrittura e quella del nostro autore nell'indagare i rapporti di coppia?

Spesso nelle mie coppie l'uomo è una persona semplice, o almeno si sforza di credere di esserlo, mentre la donna si interroga, nutre dubbi, scoperchia le bugie sue e dell'altro, mette in crisi il rapporto.
In ******** invece il punto di vista è quasi sempre maschile: è l'uomo al centro di questo discorso interiore, la donna è là fuori e di solito è un essere incomprensibile. Chissà a cosa pensa. Chissà cosa sta per fare. Se decide di andarsene, come in altro bel racconto, ********, succede in uno spazio bianco, quello che nei racconti è lo spazio del non detto, del silenzio su ciò che non si riesce a spiegare.


Nella raccolta i bambini sono spesso figli che devono fare i conti con la conflittualità di coppia di cui parlavamo prima, una dimensione che non hanno strumenti per decodificare. Sono passati più di vent’anni dall’uscita della raccolta: proviamo a fare un po’ di metaletteratura spicciola? Quei bambini ora sono cresciuti, avranno più o meno trent’anni. Come te li immagini? Hanno capito qualcosa? Hanno conosciuto una qualche redenzione? Hanno figli a loro volta? Come si comportano con loro?

Hanno poche certezze. Di certo meno dei loro genitori. A volte questa mancanza di certezze impedisce loro di fare dei figli, di metter su casa in un posto e immaginare di viverci per sempre, di insegnare qualcosa agli altri. È il grave difetto che vedo nella nostra generazione, ora che andiamo verso i quarant'anni: va bene lo smarrimento, ma prima o poi dovremo prenderci la responsabilità di farci padri e maestri, trasmettere quel poco che sappiamo, dar forma a un qualche tipo di eredità. Io sono un po' stufo dei lamenti, sarei per cominciare a prenderci i nostri tempi sulle spalle.

lunedì 23 settembre 2013

Le case (editrici) dei corsisti: DOUbLe SHOt


Andrea Grilli, corsista dei nostri workshop di editoria, ci presenta il suo progetto editoriale: si chiama DOUbLe SHOt e nasce da un incontro con l'Uomo ragno.

di Andrea Grilli

Il nuovo marchio DOUbLe SHOt nasce dall’incontro di due storie ben distinte, ma con un minimo comune denominatore: la passione per le storie disegnate!
La mia storia non è molto diversa da tanti lettori di fumetti. Quando avevo sei anni mi rifiutavo di leggere (oggi leggo venti libri di media all’anno), ma a quel tempo i Playmobil avevano un loro fascino. Mia madre ebbe l’intuizione di farmi leggere L’Uomo Ragno della Corno e fu amore a prima vista.
Negli anni sono passato da lettore a studioso del fumetto fino a editore nel 2013. 
Nel frattempo nel 2008 un gruppo di appassionati e operatori del settore decise di fondare una associazione culturale e pubblicare graphic novel di qualità, dando spazio anche ai giovani autori italiani. Nel catalogo DOUbLe SHOt confluiscono così autori stranieri di grande fama e bravura come Brian Wood con le sue storie Demo e Pounded; Brian Fies, vincitore di Eisner Award (l’Oscar del fumetto) con la struggente storia della malattia della madre: Mom’s cancer. Ma anche una involontaria ma intelligente rilettura di come affrontare la morte imminente con Rock Bottom di Joe Casey e Charlie Adlard, ormai famoso con la serie a fumetti Walking Dead

Negli anni successivi è stato proposto Macanudo di Liniers, autore argentino pubblicato anche sul settimanale Internazionale. E autori italiani come Michele Penco e Ausonia.
E arriviamo al 2012. Esce il secondo volume de L’Urlo del Popolo di Jacques Tardi e Jean Vautrin, storia ambientata durante la Comune di Parigi, ma è anche l’anno del cambiamento. Il catalogo e il marchio passano a quel bambino lettore de L’Uomo Ragno e di Capitan America, che intanto negli anni ha raffinato il suo gusto, ma non troppo per poter apprezzare i mille risvolti del fumetto.
Il 2013 è l’anno di inizio attività, prima di tutto esce il quinto volume di Macanudo, ma soprattutto esce la biografia monumentale di Will Eisner. La storia del padre del fumetto moderno, della graphic novel, dalle origini fino agli ultimi anni della sua produzione prima di morire. Will Eisner - Una vita per il fumetto di Bob Andelman è un libro carico di testimonianze, ricordi, segreti della vita del maestro che vengono rivelati con profondo rispetto da parte del biografo, ma anche con la serietà del professionista che, di fronte al dubbio o ai ricordi incerti, mette a confronto i soggetti interessati senza censure. L’edizione italiana è ricca di ben tredici interviste mai apparse anche nell’edizione originale statunitense.
Il sogno non è solo quello di pubblicare fumetti che leggerei, ma anche approfondire lo studio sul fumetto e comprendere meglio questo media che ha bruciato tutte le tappe della crescita diventando maturo in poco meno di cento anni e negli ultimi quaranta rinnovandosi costantemente rimanendo sempre attuale e spumeggiante. 
E il futuro? Il futuro per definizione è sempre incerto, è sempre negli occhi di quel bambino che iniziò a leggere a testa in giù come l’Uomo Ragno, con una martello da cucina per imitare quello di Thor e usando il coperchio del pentolone dei pomodori per lo scudo di Capitan America. Ma con un po’ più di maturità. Ora scappo devo cambiarmi dentro una cabina telefonica, non fanno forse così i supereroi?

lunedì 5 agosto 2013

Scrivere di dolore

Perché è così difficile scrivere di un lutto? Che differenze ci sono tra un manuale e un romanzo toccante? Perché Gramellini no e Joan Didion sì?


Joan Didion with her late husband, John Gregory Dunne, and daughter, Quintana Roo, in Malibu, California, 1976. Photograph: John Bryson/Time Life Pictures/Getty Images


Una riflessione di Cristiano de Majo sulla letteratura sul dolore, alimentata anche dal dibattito con gli allievi del laboratorio sulla literary non fiction.

[Cristiano de Majo vive a Napoli. Il suo ultimo libro è il romanzo Vita e morte di un giovane impostore scritta da me, il suo migliore amico (Ponte alle Grazie).
Oltre al laboratorio sulla
literary non fiction (di cui è responsabile con Christian Raimo), curerà a ottobre il corso Le particelle elementari  insieme a Francesco Pacifico.
Per
Rivista Studio cura la rubrica Maledette bandelle da cui è tratto questo articolo.]

Molti memoir, molte autobiografie, molti racconti sul dolore firmati da autori italiani sono usciti negli ultimi mesi. Spesso, e lo dico non solo a titolo personale ma presumendo di interpretare un sentimento diffuso tra i cosiddetti lettori forti appassionati di cose letterarie, sono libri che abbiamo visto solo in tv, ma non abbiamo letto per una forma di pregiudizio o di preveggenza. Per esempio, il libro di Battista sulla morte della moglie, il libro di Amurri sull’incidente che lo ha costretto su una sedia a rotelle per sempre, il libro di Ervas sul viaggio in moto di un padre con un figlio autistico, il libro di Nicoletti sul figlio autistico, il libro autobiografico di Frascella sugli attacchi di panico, dulcis in fundo il libro di Gramellini sulla madre, e altri, molti altri ancora; grandi successi commerciali e tentativi andati a vuoto di parlare a un pubblico ampio, rarissimamente però sostenuti da un’idea forte di letteratura.
Un articolo di Simonetta Fiori uscito sulla Repubblica del 31 marzo scorso registrava la tendenza con una lista folta ma comunque incompleta di titoli, soffermandosi soprattutto sugli aspetti moralmente discutibili di queste operazioni editoriali: il racconto del dolore (la morte, la malattia) come gallina dalle uova d’oro per case editrici prive di scrupoli, la conseguente rinuncia al pudore a imitazione del costume televisivo. Nello stesso articolo, poi, veniva correttamente fatto notare che «altrove l’editoria del dolore esiste da sempre» e che «in America la tendenza è in auge da tempo, nella chiave molto pragmatica del “dai, possiamo farcela”».
Il “dai possiamo farcela” è senz’altro una categoria da tenere in considerazione. Ma bisognerebbe completare il quadro, perché se è vero che editoria americana e anglosassone producono grandi quantità di libri-testimonianza senza alcun valore letterario, è altrettanto vero che in quella lingua vengono scritti memoir e autobiografie che sono pietre miliari della letteratura mondiale e che il dibattito sulla fame di realtà, innescato dall’omonimo libro dell’americano David Shields, che ormai finisco per citare un pezzo sì e uno no, è uno dei più interessanti e vivi contributi alla teoria letteraria degli ultimi anni. Proprio sulla scorta di quel libro, si potrebbe obiettare ai facili moralismi che il proliferare di racconti sul dolore, più che corrispondere a cinismo editoriale, risponde a un’esigenza di lettori e autori sempre meno disposti a credere nei romanzi. Ma il problema semmai è un altro.
Ho la fortuna di tenere insieme a Christian Raimo per il secondo anno consecutivo un corso di scrittura sulla non fiction (termine chiaramente di comodo che sarebbe più preciso sostituire con non romanzesca), la cui prima lezione si è svolta il mese scorso. Oggetto di quella prima lezione: raccontare la malattia, con la lettura e l’analisi di alcuni esempi tra loro molto diversi (fiction, memorialistica, giornalismo, saggistica pura). Tra gli altri, abbiamo letto qualche pagina di Tutti i bambini tranne uno, il resoconto commovente e tostissimo di Philippe Forest sulla morte per tumore alle ossa della figlia di quattro anni e A parte il cancro tutto bene, testimonianza del giornalista di Repubblica Corrado Sannucci della sua lotta contro la malattia, un tipico “dai possiamo farcela”, che si legge con una strana sensazione al pensiero che successivamente alla pubblicazione Sannucci sia morto.
Osservazione di una corsista attenta dopo la lettura di quattro cinque pagine del libro di Sannucci: «C’è un uso insistito di metafore sportive». È proprio così ed è bastato leggere in parallelo un piccolo pezzo dei due libri, prendendo in esame due momenti molto simili – la scoperta della malattia – per accorgersi di una differenza enorme. Il libro di Sannucci è un racconto auto-ironico, esorcizzante e ricco di volontà di guarire che, a partire dal packaging, si rivolge al lettore con un messaggio abbastanza preciso che è: questo libro ti può aiutare. Al contrario il libro di Forest, palesemente privo di scopi e di messaggi, è soltanto il resoconto di una delle più violente tragedie che possano capitare a un uomo, ed è un resoconto che non offre risposte, semmai descrive realisticamente i tentativi andati a vuoto di trovare delle risposte, ma soprattutto è un resoconto che trasforma il dolore in una ricerca di bellezza. Come? Modellando l’esperienza con lo scalpello dello stile. Così Forest non si limita a offrire il suo dolore allo sguardo altrui affinché se ne traggano degli insegnamenti, ma fa in modo che lo sguardo diventi immedesimazione completa. Insomma, la stessa differenza che passa tra un manuale (e sia detto con tutto il rispetto per Sannucci) e la letteratura.
Allora, se raccontare il dolore è un’operazione che non può essere valutata moralmente a priori, forse il problema è che Italia ci sono molti manuali e pochissima bellezza. In quanto a bellezza, per esempio, mi vengono in mente due libri autobiografici che ho letto abbastanza di recente, La vita oscena di Aldo Nove e Dopo il lampo bianco di Silvio Bernelli, che sono due libri a mio parere non riusciti o non completamente convincenti, ma che comunque hanno il pregio di essere due tra i rari tentativi italiani di affrancare la letteratura dell’esperienza dalla manualistica. Poi ci sono le pericolose vie di mezzo. Quel genere di libri presentati dai lettori come capolavori senza mezzi termini, ma che puzzano di manuale.
Vengo così al tentativo di suicidio letterario che ho messo in atto in questi giorni, un po’ a causa del corso, un po’ per quella che considero una eticamente doverosa verifica dei pregiudizi nei confronti del best seller, di cui spessissimo presumo male: leggere Fai bei sogni, il memoir di super-successo di Massimo Gramellini. Ed eccomi di fronte al peggio di quello che mi aspettavo. Un libro con un materiale potenzialmente molto forte, la morte in circostanze misteriose di una madre, scritto con uno stile molto poco convincente. Prima con il goffo tentativo di Gramellini di imitare la voce di un se stesso decenne in un’atmosfera che sta tra i film di Alvaro Vitali e quella nostalgia calcistico-televisiva che ha visto proprio Fabio Fazio tra i suoi massimi propugnatori. Poi con l’altrettanto goffa trasformazione da decenne secchione a uomo maledetto che fa soffrire le donne. Infine con il colpo di scena a effetto, e finalmente pertinente alla materia del racconto, che arriva quasi a conclusione del libro e che finisce per palesare un mostruoso malinteso della costruzione narrativa.
Pensate poi che Gramellini, in una delle tirature successive alla prima, ha deciso (o non ha evitato) di inserire un capitolo in cui racconta degli effetti benefici del libro in questione sui suoi lettori, manifestando a chiare lettere l’idea che il suo libro sia aiuto e medicina per il prossimo (cioè l’idea manualistica dell’esperienza) e, non contento, e qui è il caso di dirlo, senza alcune senso del pudore, ha allegato una serie di paginate con i commenti lasciati da alcuni di questi lettori sui social network, tra cui spiccavano per esempio: Grazie. Dopo aver letto il libro spero di diventare una mamma migliore. Oppure: Superbo e commovente. È un libro introspettivo come pochi se ne sono letti. O ancora: Solo: grazie Massimo.
Ora l’effetto per me è stato il seguente: questi lettori, che io avrei voluto rispettare, capire, ma lo sforzo a quel punto era veramente troppo, li avrei contattati uno per uno. Avrei voluto avere le loro mail per scrivergli: sapete? La letteratura non serve a niente. Non è una riabilitazione, e neanche una fisioterapia. Piuttosto, cercate la bellezza. Leggete un libro di Joan Didion.

giovedì 18 luglio 2013

Blog dal lavoro editoriale #1: L'Enciclopop

 


Vi presentiamo il primo dei blog nati come esercitazione del corso Il lavoro editoriale: è L'Enciclopop, un'enciclopedia pop su Tumblr dove a definire il significato delle parole sono chiamati scrittori e giornalisti (come Cristiano de Majo, Stefano Sgambati, Giulia Cavliere, Giorgio Vasta), pensato e curato da Gianluca Grappone, Natalia La Terza, Assunta Martinese e Rosanna Pasqualini.

Loro lo descrivono così:

L'Enciclopop nasce dall'idea di far riscrivere brevissimamente ai giovani scrittori e giornalisti che pediniamo le parole che usiamo tutti i giorni. 
Perché con Gatto non intendiamo sempre lo stesso gatto, definire Luce "porzione dello spettro elettromagnetico" fa sbadigliare, perché non ogni Biografia dev'essere un mattone, un Tweet va descritto da chi lo scrive e l'Hamburger da chi lo mangia. E quando diciamo Aeroplano facciamo un occhiolino a Snoopy e uno a Francesco Bianconi. 


Poi il 21 giugno siamo finiti su Repubblica dove ci hanno detto che promettiamo bene. Chi definisce Promessa?

Li trovate su Tumblr e potete seguirli anche su Twitter e Facebook.

martedì 16 luglio 2013

Editing in corso

Pubblichiamo a qualche mese di distanza un breve e lirico diario del workshop di editing che ci ha inviato una nostra corsista: Noemi si è trovata a Roma per il corso con Christian Raimo proprio nei giorni di Natale.


Le parole e il Natale
di Noemi Neri





Tre giorni nella capitale. Vicoli lucidi appena visitati da una fine pioggia, sorrisi.
Nello scantinato di una vecchia libreria, lontano dalla calca delle auto in doppia fila, un gruppo di lettori si scalda con i canti di Natale.
Nuovi volti si posano su questo scenario romano, portano frasi da lontano. Svolto in Piazza del Popolo, le luci dell'albero troneggiano maestose sfiorando le piccole cupole, qualcuno chiede permesso. Non c'è fretta. La vividezza di una quiete interiore riverbera negli occhi delle persone. Avanti. Un gruppo di ragazzi canta per Telethon offrendo il cuore tenero della città, ci sono anch'io, dentro il folklore più umano, dentro il soffio di vita arcano.

Momenti. Rigiro tra le dita gli appunti di questa immersione nel mondo editoriale. Se chiudo gli occhi mi sembra di vederli, un filo di lettere che tiro via dalla bocca di Christian man mano che percorre i corridoi di minimum fax.
L'introduzione è un cappello variopinto sulla figura dell'editor, personaggio eclettico dai molteplici interessi. Una sorta di matriosca vivente con gli occhiali, perché uno che fa questo mestiere lo si immagina con gli occhiali, anche Christian ce li ha.
Solito contesto, fattibilità pratica dell'editare. Cavia: Francesco Longo. Giornalista e scrittore romano, introspettivo, disponibile, maglioncino a rombi, senza occhiali*: li ha nascosti sotto il banco. Protagonista: un racconto attempato a cui fare le pulci. I corsisti scalpitano, io con loro. Gli occhi divorano le righe alla ricerca famelica delle incoerenze, poi parte la battaglia. È la battaglia delle molliche di pane tirate a tavola, piccole funi con cui agganciarsi e con affetto, trovarsi a metà strada. Francesco è gentile, accetta i suggerimenti e le domande un po' inquisitorie. Noi siamo i detective e nel suo testo si nasconde il cattivo. Sei proprio sicuro che l'arancione sia il colore più adatto? Potresti riconsiderare l'utilizzo di alcuni termini... quel putrefazione forse non è la migliore scelta lessicale... Sesto rigo, l'indicativo è una scelta stilistica? Lo scrittore appunta su un taccuino le osservazioni, procediamo per immagini, Christian guida il dibattito come un abile stuntman.
Le parole rimbalzano nella stanza creando nuovi collegamenti. “Che cosa vogliamo farne del titolo?” chiede qualcuno. Si alza una mano. “Lo compro io.”
Il racconto si esaurisce, l'inchiostro si spegne, i pensieri no. Nei ricordi, quella morte nel cuore che racchiude, per me, le pagine con cui Longo ha accompagnato il nostro percorso.




*occhiali: strumento per indagare il mondo, scrutatore infallibile dei vizi di forma. Addendi di una nuova dimensione spaziale. Indossandoli sarà possibile vedere oltre la superficie della stoffa e ritrovare gli intrecci del tessuto. Gli occhiali sono il backstage del mondo. Se si vuole semplicemente godere del panorama, basteranno i filtri che l'anima mette ai nostri occhi.

venerdì 10 maggio 2013

Non tutte le pubblicità vengono per nuocere #5 | Windows Phone

Esempi di campagne intelligenti a cura di Bruno Ballardini



Agenzia: Crispin Porter + Bogusky
Cliente: Microsoft
Prodotto: Nokia Lumia 920

Non si vede spesso della pubblicità comparativa fatta con intelligenza. Un po' perché le marche sono sempre restie a confrontarsi, e un po' perché quando l'unico elemento di confronto diventa il prezzo, giocare soltanto su questo non consente di mettere nel giusto risalto la qualità e l'unicità del prodotto. La strategia di comunicazione di questa campagna comparativa è un'ironizzazione delle guerre tra smartphone e relativi sistemi operativi (simili alle mitiche guerre fra bevande degli anni 80). Nel frattempo, sul mercato si affaccia un nuovo contendente: Windows Phone. Molti consumatori oggi hanno ormai perso di vista completamente le vere ragioni per cui si dovrebbe scegliere un cellulare. L'agenzia ha utilizzato quindi lo scenario di un matrimonio per illustrare metaforicamente questo paradosso. L'ultimo arrivato, Windows Phone, assiste con compatimento alla rissa fra Android ed Apple senza prendervi parte.



Bruno Ballardini, pubblicitario, scrittore, saggista e docente di Tecniche della comunicazione pubblicitaria e Scrittura giornalistica, sarà il responsabile del corso COPYWRITER 3.0 - Scrivere per la pubblicità, la politica, il web e i new media in partenza a giugno.