martedì 22 marzo 2011

Chi sta guidando? Il narratore in prima e in terza persona

di Carola Susani

Da quando la terza persona ha subito il terremoto che chiamiamo Novecento, la voce del narratore, la voce che ci accompagna dentro le storie, è diventata un problema. Ci sono scrittori esasperati dalla terza persona, scrittori che mal-sopportano la prima. Quale ne è la ragione?
È una delle prime domande che toccano a coloro che prendono la penna in mano. A volte ancora prima che: dove andiamo? Chi è che parla? Chi ci conduce?
Che cos’è un narratore? Perché non può essere precisamente lo scrittore? Di che cos’è fatta questa voce?
Affronteremo la terza, la prima persona. Cercheremo di capire insieme qual è il filo che le lega e cosa invece le rende tanto differenti. Interrogheremo il narratore, quando è dentro e quando è fuori dalla storia. Cercheremo di capire insieme, per ogni racconto, quale sia la voce narrante di cui la storia sente il bisogno.  
 

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«Chi sta guidando? Il narratore in prima e in terza persona» è il secondo appuntamento di un ciclo di seminari coordinati da Carola Susani, dedicati, ciascuno, a un aspetto centrale della scrittura del racconto. Ospite di questo incontro sarà Walter Siti.

Il terzo, e ultimo, appuntamento è con Domenico Starnone.

Sia maledetta l'acqua

di Armando Vertorano

Sia maledetta l’acqua stammatina
Che m’ha disfà, disfatto,
ohimè so’ puverella
(Villanella anonima del ‘500)



Un pomeriggio sì e uno no, intorno alle cinque, la mamma era costretta a faticare non poco per riuscire a trascinare Alberto a casa del nonno, mentre lui ogni volta tirava fuori nuovi capricci come conigli da un cappello. Per anni Alberto aveva adorato quel nonno spiritoso che si chiamava come lui e che gl’insegnava la morra cinese, la dama, i giochi con le carte, che gli comprava i fumetti e gli faceva assaggiare il vino a cucchiaiate. Adesso però che si era fatto grande - aveva da poco compiuto gli otto anni e mezzo – Alberto non si divertiva più così tanto, anzi tutte quelle cose lo infastidivano sempre di più. E poi il nonno continuava ad avere quell’odore da cesto delle verdure che spesso, quando si avvicinava troppo, lo costringeva a trattenere il respiro o a voltarsi dall’altra parte.
- Albè ma è possibile che devi fa’ sempre ‘ste sceneggiate? – gli ripeté sua madre.
- Dai, mamma, solo oggi! Ti prometto che studio tutto il tempo…
- I compiti li abbiamo già fatti. Vatti a vestire e guai a te se dici ancora “A”.
In mutande, canottiera e muso lungo, Alberto andò in cameretta e subito si mise a frugare nei cassetti dell’armadio, dove c’era la sola cosa in grado di farlo sentire davvero importante: la maglietta Snorky. Era bianca, a maniche corte, con al centro uno degli Snorky dei cartoni animati, quello giallo, che stava antipatico a tutti gli altri Snorky. Sopra il disegno, a lettere cubitali, c’era il nome del proprietario: ALBERTO.
- Mammaaa, dov’è la mia maglietta Snorky? – gridò.
- Mamma, dov’è la mia maglietta Snorky? – gli fece eco Barbara, cantilenando.
Alberto la inchiodò al muro con lo sguardo e uscì rapido dalla stanza. La madre si stava truccando gli occhi davanti allo specchio della camera da letto, standoci così vicina che sembrava quasi spettegolare sotto voce con il suo riflesso.
- Ancora svestito stai?
- Non trovo la maglietta Snorky.
- Eh per forza, l’ho messa nello scatolone, s’era fatta troppo vecchia.
Alberto sentì il fiato spezzarsi per qualche frazione di secondo. Sulle prime sperò di non aver capito bene, ma di fronte al tono deciso della mamma la sua speranza iniziò a dondolare visibilmente in vista del suo immediato, prevedibile e definitivo tracollo.


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Armando Vertorano ha frequentato la quarta edizione del  laboratorio di lettura e scrittura con Carola Susani e Giordano Meacci, e sarà il tutor del seminario Le scarpe di Heathcliff: di cosa è fatto un personaggio di Carola Susani con Domenico Starnone.

Le spie del linguaggio

una riflessione sulla scrittura seriale per la televisione in Italia (e in italiano)

di Francesca Serafini






Che cos’è un pitch? E un concept? Che ruolo svolge un headwriter? Che cosa fa uno storyeditor? Un producer? E un actor’s coach?

Queste domande sollecitano solo alcune delle curiosità intorno alla fiction e alle tante figure coinvolte nella sua filiera produttiva. Già in questa rapida rassegna emerge però un dato: colpisce infatti l’abbondanza di anglicismi nel suo lessico tecnico. Non si tratta di una questione oziosa da puristi, perché sempre le spie linguistiche testimoniano una circostanza che meriterebbe di essere approfondita.

La mancanza di parole in una lingua denuncia infatti uno scarto tra le cose che esistono – anche oltre la cultura di riferimento di quella lingua – e l’elaborazione teorica e intellettuale che le riguardano e che sempre si traduce in linguaggio.

C’è stato un tempo in cui era la cultura italiana a imporsi in giro per il mondo, e sostrati di quel predominio sopravvivono ancora in molte lingue proprio attraverso parole italiane definitivamente accolte anche altrove come unica forma possibile per rappresentare un certo significato. Come è stato nella musica, dove anche oggi le indicazioni agogiche negli spartiti sono ovunque in italiano: come allegro, per fare un solo esempio.

L’impressione – tornando allo specifico – è che in Italia un linguaggio settoriale autoctono legato alla serialità televisiva non esiste ancora perché forse siamo in ritardo, rispetto ad altri paesi (gli Stati Uniti su tutti, poi senz’altro l’Inghilterra; e la Spagna, per stare all’Europa continentale), nel riconoscere a quel racconto piena dignità rispetto a quello espresso in ambiti considerati più artistici come la letteratura e il cinema.

Eppure da tempo – negli Stati Uniti prima e sempre più anche in Italia – scrittori provenienti dall’editoria o registi di cinema hanno cominciato a collaborare a progetti televisivi. Non si tratta per loro solo di una risorsa economica. È invece verosimile credere che in molti comincino a individuare nella serialità televisiva una forma di narrazione d’interesse e più adatta ai nostri tempi, anche grazie al maggior respiro che offre alle storie e ai loro personaggi l’ampiezza di un arco narrativo distribuito in più episodi.

E infatti in alcuni casi si è arrivati anche qui da noi a una considerazione ribaltata, se è vero, come è stato – per fare un esempio – che molti addetti ai lavori hanno riconosciuto alle due stagioni della serie Romanzo criminale un valore addirittura superiore a quello concesso in sorte al film di Michele Placido tratto dal fortunato romanzo di Giancarlo De Cataldo.

Come a dire – ma qui cessa il parallelo con Romanzo criminale – che non esiste una narrazione di serie A e una di serie B ma un modo di serie A e di serie B di realizzare qualunque forma narrativa.

Nella critica statunitense, per fare un altro esempio, una serie curata e raffinata come Mad men (ideata da Matthew Weiner) – rimanendo in atmosfere simili – è accolta con lo stesso favore del romanzo di Richard Yates Revolutionary road e del film omonimo tratto da Sam Mendes.

Una disponibilità che qui in Italia si stenta a concedere se non a pochi progetti eccellenti, col risultato che in tutti gli altri casi chiunque produca, scriva, diriga o interpreti una serie televisiva si trova fatalmente nel mezzo di una forbice: da un lato le esigenze verso il basso della committenza – all’inseguimento dell’audience e di un fantomatico spettatore medio – e dall’altro lo snobismo verso l’alto di chi a tutt’oggi considera la televisione in sé il demonio, facendo mancare una sponda esterna essenziale a chi in quell’ambito lotta tutti i giorni per puntare in alto dall’interno.

L’ambizione di Serial writers è quella di provare a fare formazione istituendo un dialogo tra alcune delle punte possibili della forbice (gli autori, una casa editrice, una rivista specialistica, un canale televisivo attento e in grado di produrre). E il nome scelto per questa impresa è espresso volutamente nella lingua delle serie più riuscite, come omaggio a quelle che ai nostri giorni costituiscono un esempio solido e convincente di ciò che – con un po’ d’impegno – si potrebbe riuscire a fare anche qui, indipendentemente dagli investimenti produttivi. Cominciando a riflettere più in generale su come nasce una serie televisiva. Che domande si pongono e quali obiettivi si danno coloro che intendono realizzarne una. Quali difficoltà incontrano lungo il cammino.

Il racconto seriale non nasce certo con la televisione. Dai cantari medievali, passando per Dickens e la letteratura d’appendice, arrivando al fotoromanzo al fumetto, c’è una tradizione ricca e variegata (sia per generi, sia per qualità raggiunta nello specifico) nella quale si colloca anche la serialità televisiva.

Il parallelismo col fumetto (che col graphic novel di ultima generazione mostra sempre di più le sue potenzialità artistiche) è quello in cui si accendono maggiori intermittenze, perché alla scrittura anche lì si sovrappone il codice visivo delle immagini, e poi, soprattutto, perché siamo sempre in un ambito industriale (legato a filo doppio alla pubblicità) che coinvolge più figure. Chi pensa la storia e scrive i dialoghi di un fumetto lavora in accordo con l’illustratore, allo stesso modo di uno sceneggiatore, sempre coordinato con il produttore, il regista e le altre figure che contribuiscono alla realizzazione del prodotto finito.

Si tratta dunque di una dimensione collettiva della creazione – solitamente anche la scrittura è a più mani – che quando si svolge in concerto e non in ostilità, di là dal rappresentare un limite per la fantasia, può al contrario svilupparne le potenzialità, magari in direzione dell’approfondimento. Come succede in molte serie low budget, che non hanno mezzi per realizzare scene d’azione notoriamente molto costose e puntano dunque alla valorizzazione del dialogo e dei rapporti tra i personaggi (come è il caso fortunato della serie israeliana In Treatment, poi adattata con lo stesso successo negli Stati Uniti).

È proprio sul low budget che è incentrato il corso, pensato per ridurre al minimo la propedeutica teorica, puntando decisamente a far apprendere la tecnica nella pratica, col confronto quotidiano direttamente nell’officina. Provando dunque a mettere gli allievi nelle condizioni di ideare e cominciare a scrivere una serie televisiva, a partire non dalle diavolerie produttive ma inducendoli a lavorare sulla potenza del dialogo, sull’efficacia narrativa delle trame e dei personaggi, perché imparino – provandolo a fare – a valorizzare fino all’ultima risorsa della drammaturgia della scena.

Un’iniziativa formativa specificamente orientata a incoraggiare chi – a centocinquanta anni dalla sua nascita – vorrebbe ancora raccontare questo paese e con ostinazione, provando a superare le tante barriere d‘ingresso di un ambiente competitivo più di altri, continua a produrre idee e immaginario – a dispetto della moda comoda e dilagante dell’adattamento di format stranieri che quasi mai ci rappresentano – anche per chi ha sempre meno soldi per andare al cinema o per comprare un libro, ma magari in casa può vedere la tv. Che è stata pur sempre, dati alla mano, il maggior strumento di diffusione su tutto il territorio nazionale (e a qualunque fascia sociale) anche della nostra lingua.

Francesca Serafini è la docente del laboratorio di scrittura seriale per la tv SERIAL WRITERS. Storica della lingua italiana, ha partecipato con ruoli diversi (story editor, sceneggiatrice, script editor, headwriter) a serie televisive di Rai e di Mediaset (La Squadra, Medicina Generale, L'ombra del destino ecc.). Da diversi anni alterna la scrittura creativa con l'attività didattica e di ricerca (occupandosi di linguistica, di cinema e di letteratura).

lunedì 28 febbraio 2011

Dare forma al tempo

di Carola Susani

Narrare è sempre arte del tempo.
Il tempo lo conosciamo solo così, attraverso i cambiamenti.
Il racconto breve è arte di cambiamenti essenziali, trasformazioni subite, cambiamenti voluti, rischiati, frustrati, a volte compiuti.
Anche soltanto vagheggiati. La forma del racconto breve risponde al cambiamento che si racconta. È traccia del percorso che si fa da una condizione ad un’altra. Può essere breve come un tuffo a chiodo, complicato come una corsa a ostacoli, faticoso come una traversata del deserto. La forma sarà la forma del tuffo, della corsa, degli ostacoli, dei rallentamenti, degli slanci e giocherà con il tema del racconto per consonanza, fuga, contrappunto. Del tempo, del cambiamento, di come gli scrittori gli danno forma, della forma che vorremo dargli, converseremo durante il seminario con Nicola Lagioia e tra di noi.
Ci metteremo alla prova come tessitori di tempo.  

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«Dare forma al tempo: la struttura del racconto breve» è il primo appuntamento di un ciclo di seminari coordinati da Carola Susani, dedicati, ciascuno, a un aspetto centrale della scrittura del racconto.
Oltre a Nicola Lagioia, interverranno anche Domenico Starnone e Walter Siti.

L'errore

di Giuseppe D'Onofrio

I raggi del sole di maggio entravano radenti dai finestroni del decimo piano e infastidivano una buona metà dei pazienti in attesa. Quelli più magri ed esperti, con le buste e le carte più pesanti, s’erano accomodati da ore sulla fila opposta di poltroncine di plastica, spalle alla parete. Un’infermiera s’affacciava ogni tanto dall’anticamera: un viso stanco con una criniera di capelli rosso fuoco. Subito qualcuno – un uomo in giacca e cravatta, un’anziana infagottata seguita da un vecchio magro, una giovane madre con occhi infossati e la bimba in braccio - si alzava, anticipando la chiamata, e si avviava lento o affrettato, impacciato o agile, ma sempre con una certa esitazione verso l’ambulatorio.
Una figura alta e asciutta, appena ingobbita in un camice bianco che arrivava alle caviglie, emerse dall’ombra giù in fondo e percorse tutto il corridoio a passi ampi e distratti, ciondolando due lunghissime braccia. Oltrepassò la doppia schiera dei pazienti e si fece avanti nell’anticamera. L’infermiera lo riconobbe e si ravvivò:
«Professor Gioia, è tanto che non ti fai vedere!»


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Giuseppe D'Onofrio ha partecipato alla seconda edizione del laboratorio di lettura e scrittura con Carola Susani e Giordano Meacci,
Il racconto "L'errore" è stato pubblicato su Stilos.

Come i Sex Pistols senza Vivienne Westwood

Considerazioni a margine di un workshop di editing

di Gianluca Didino




Domenica 24 ottobre 2010 ho avuto il privilegio di assistere alla parte conclusiva del workshop di editing tenuto da Nicola Lagioia nella sede di minimum fax a Roma. Tralascio qui di approfondire le mie impressioni personali e dico soltanto che per me è stato davvero bello, utile, interessante e formativo, tanto la prima parte in cui ero chiamato in veste di “autore” (virgolette d’obbligo, eh) quanto la seconda a cui ho assistito da spettatore. Nel pomeriggio si è parlato di riscritture e editing lavorando su due racconti di Valeria Parrella e su uno di Raymond Carver nelle due versioni di “What we talk about when we talk about love” (editato) e “Beginners” (non editato). A margine di quanto detto durante il workshop mi sento di fare alcune osservazioni sull’annosa questione Gordon Lish sì / Gordon Lish no, chiedendo scusa in anticipo a tutti coloro che quando sentono parlare per l’ennesima volta dell’editing dei racconti di Carver sono presi da incontrollabili tic nervosi all’occhio destro.

Primo. Per quanto sia un argomento perfetto per un corso di editing, mi pare evidente che la questione Carver vs. Lish non ha niente a che spartire con la critica letteraria, e mi pare altrettanto evidente che proprio su questo punto nel dibattito ad essa relativo regni sovrana la confusione: il momento della produzione culturale e quello della ricezione della cultura sono cose differenti, in continua e costante interazione ma non assimilabili, e questo da qualunque punto di vista si guardi al problema. Quello che voglio dire è che chiedersi cosa sarebbe stato Carver senza Lish è come chiedersi cosa sarebbero stati i Sex Pistols senza Vivienne Westwood: è una domanda utile? Certamente sì se ciò che ci interessa sono i meccanismi produttivi dell’industria culturale, probabilmente no se ci stiamo occupando di Carver, del peso di Carver nella narrativa contemporanea, dell’eredità di Carver eccetera. Che differenza potrebbe fare, infatti, da questa seconda prospettiva, sapere che il Carver che ci è arrivato, quello che leggiamo, amiamo e a volte anche imitiamo è diverso dal Carver che tutto solo, a metà degli anni Settanta in una casa precaria nel profondo degli Stati Uniti, scarabocchiava i suoi racconti su un bloc notes da pochi cent? Personalmente mi pare che questa domanda possa interessare solo due categorie di persone: coloro che amano giocare al gioco dei mondi possibili, come gli scrittori di sci-fi o gli sperimentatori dell’OULIPO; e a coloro che, per via di qualche nodo psicologico irrisolto, sono ossessionati come i nazisti dall’idea della ricerca della purezza (letteraria, autoriale, umana), a quei moderni luddisti, cioè, che hanno smesso di amare il mondo dai tempi della seconda rivoluzione industriale e di Walter Benjamin. Insomma: da un punto di vista critico parcellizzare l’opera carveriana dividendo “il vero Carver” dal “Carver umiliato e offeso” dalla mano pesante del suo cattivo (ma geniale; ma indubbiamente cattivo e insensibile) editor mi pare rischioso, e, peggio ancora, inutile. Con il risultato che la critica ha perso così tanto tempo a cercare di capire chi fosse “il vero Carver” che gli studi sull’opera di Carver, quella reale e concretamente fruibile, sono oggi, almeno nel nostro Paese, a uno stadio ancora molto arretrato.

Secondo. Tutta questa querelle che appare interminabile, più eterna e fosca dei plastici di Bruno Vespa sul delitto di Cogne, ha portato appunto al risultato che ci si è concentrati pochissimo sull’opera carveriana in sé e sulla sua evoluzione storica. Dirlo oggi può apparire come una bestemmia, ma credo che a fare la differenza tra il Carver di “What we talk about” (1981) e quello di “Cathedral” (1983) non sia stato tanto il progressivo venir meno della furia potatrice di Gordon Lish quanto piuttosto una naturale evoluzione della poetica carveriana. C’è gente che a sentir parlare di “poetica” nel 2011, negli anni del trionfo della tecnica, rabbrividisce; ma con buona pace di tutti i tecnocrati uno scrittore è prima di tutto un uomo, e ogni uomo nel corso della vita cambia idee, posizioni sul mondo, sensibilità. Lo stesso Carver disse una volta che al centro del suo lavoro stava la volontà di rappresentare “the dark side of Reagan’s America”, e questo è vero tanto nella raccolta del 1981 quanto in quella del 1983. Se il problema è lo stesso, semmai, ciò che cambia è la soluzione a questo problema: in “Cathedral”, e sto semplificando al massimo, compare una risposta spirituale, empatica, che in “What we talk about” era del tutto assente e che sarà invece ulteriormente sviluppata nell’incompiuto “Elephant” (1988). Presa per buona questa sommaria storicizzazione della poetica carveriana, però, ci si rende conto di un’altra cosa. Se è vero che il Carver del 1981 è portatore di una visione degli uomini e della società sostanzialmente cupa e priva di speranze, la comparazione tra manoscritti e testi editati rende palese come il lavoro di Lish sia andato proprio nella direzione di una estremizzazione di questa cupa freddezza. Risultato dell’equazione: era lo stesso Carver del 1981 a possedere in nuce una cosa che Lish ha, semmai, saputo portare alle estreme conseguenze; Gordon Lish, almeno da questo primo punto di vista, ha semplicemente fatto bene il suo lavoro, niente di più.


Terzo. Visto che però le cose non sono mai semplici come sembrano a un primo (e anche a un secondo e terzo) sguardo, anche volendo concentrare l’attenzione sul tema dell’editing in sé mi pare sia necessario fare alcune distinzioni tra aspetti differenti del lavoro editoriale e racconti differenti della stessa raccolta. Al workshop, per esempio, ci si chiedeva se è meglio riuscita la versione originale o la versione editata di “Why don’t you dance?”. In questo caso personalmente tenderei a dire che è più riuscita la versione editata, e questo sostanzialmente perché è più buia e violenta, avendo prima constatato che il buio e la violenza sono temi portanti in “What we talk about”: la luce della “stella” che si legge nella versione editata è infatti molto più fredda e distante di quella della “stella della sera” presente nel manoscritto. Se però ci si sposta su altri racconti le cose cambiano. Per esempio in “So much water so close to home” il lavoro di editing taglia completamente il lungo monologo di Claire sul suo passato sentimentale, senza il quale, mi sembra, il racconto diventa pressoché incomprensibile. Quindi è meglio il Carver-con-Lish o il Carver-senza-Lish? La risposta è: dipende. Anche perché su questo tema mi viene spontaneo chiedermi (e qui siamo al “dark side of Gordon Lish’s work”) qual è il criterio che l’editor ha utilizzato per tagliare alcuni brani invece che altri. Si è trattato di un criterio strettamente estetico? Nel caso di “Why don’t you dance?” sembrerebbe di sì. Oppure si è trattato di un criterio più legato a logiche editoriali e di mercato? Cioè: il monologo di Claire viene tagliato perché non funziona (a me pare funzioni benissimo) o perché ciò che Lish intendeva proporre attraverso il suo autore un tipo di letteratura nuova, superficiale proprio nel senso di superficie, fredda, anti-psicologica, nettamente distante dalla letteratura dei grandi viaggi intrapsichici che aveva caratterizzato la stagione sperimentale della narrativa statunitense negli anni Sessanta e Settanta (e qui ricordo solo en passant che questi sono anche gli anni dell’“Io minimo” di Christopher Lasch, il che mi fa pensare che questa supposizione non sia del tutto infondata)? Anche questo è un aspetto che mi pare interessante e di cui non ho mai sentito parlare con profondità e competenza.

In chiusura dell’articolo lascio, per consultazione, due link: il primo a uno dei due racconti che ho portato in veste di “autore” (virgolette virgolette virgolette) al workshop del 24 ottobre 2010; il secondo allo stesso racconto riscritto cercando di seguire quanto più fedelmente possibile i suggerimenti e le suggestioni che mi sono venute durante il lungo dibattito da Nicola Lagioia e dai corsisti: perché continuo a credere, a conti fatti, che sia più efficace mostrare che raccontare e nella speranza che questa piccola testimonianza concreta possa essere utile a chi intende affacciarsi sui temi complessi della scrittura e dell’editing letterario.

Link 1: Big Babol, prima versione

Link 2: Big Babol in versione editata



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Gianluca Didino ha partecipato come "scrittore cavia" al workshop di editing con Nicola Lagioia dopo aver vinto la prima edizione del concorso "Le parole giuste" del laboratorio di scrittura di minimum fax, con il racconto Elefante.
Suoi racconti sono apparsi su diverse riviste letterarie, fra cui Eleanore Rigby e Famlibri.
Boring machines disturb sleep è il suo blog.

La cattività del pesce

di Severino Antonelli


Nella macchina non sentiva il rumore dei tuoni e prima o poi sarebbe arrivato, ma quello non era un problema. Aprì il finestrino per buttare la sigaretta e nello stesso momento la radio fece partire una canzone di un decennio prima, che riverberò per gli sterpi dei campi, sui muri a schiera delle villette e, forse, fino al mare, che stava giù, in fondo alla strada dritta davanti a lui. Quando richiuse il finestrino, un lampo schiarì la strada e i pini attorno. Ne accese un'altra; un parcheggio di sabbia grigia che si apriva sulla sinistra: dei cassonetti gialli fusi, carcasse di lavatrici, una griglia arrugginita, delle scarpe e un ombrellone sfrondato dal vento.
Decise di restare a finire la sigaretta in macchina. Partì un’altra canzone e alzò il volume: intorno a lui non c’erano luci.
Fuori alla finestra della veranda le nuvole avanzavano dal fronte della spiaggia. Il mare laggiù sembrava stazionare immobile sotto il pulviscolo della pioggia, la temperatura dell’aria in cucina stordiva, l’odore del sapone per piatti si mischiava con quello della gallinella al vino e delle Gauloises. In salotto, Nicola stava cercando di far partire un cd, mentre Michele e Anna bevevano mirto in tazzine da sakè, seduti su due vecchie sdraio di canna sulle quali, fino a qualche anno prima, i genitori di Amanda avevano passato pomeriggi a guardare fuori e a guardarsi le carte in mano, quando i temporali di settembre impedivano di stendersi sul bagnasciuga ferroso di Ansedonia. Chiamò Nicola in cucina, giusto nel momento in cui lui era riuscito a far partire il disco. Tra le quattro pareti di foratini risuonò I Feel Like I'Am Fixin to Die Rag di Country Joe and The Fish.
- Manda, non ho voglia di parlare con loro in salotto.
Amanda si rimise a sciacquare i piatti.
- Devono stare soli. Siamo qui apposta.
Nicola non rispose, e si mise a guardare la nuvolaglia fuori.

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Severino Antonelli ha partecipato alla terza edizione del Laboratorio di lettura e scrittura.